Sbarchi: contraddizioni e accoglienza

Da giorni 501 persone a bordo delle navi delle Ong nel Mediterraneo: una notizia che passa in secondo piano nell’informazione nazionale. L’emergenza dei bambini a bordo. Il Tribunale di Palermo scrive ai ministri ricordando le norme internazionali sui minori. Ma sui temi dell’accoglienza, dimenticata, qualcuno spinge sull’acceleratore. L’esperienza di Agrigento.

Ormai non fa quasi più notizia: 501 persone a bordo delle navi delle Ong nelle acque del Mediterraneo, senza una meta, sono una “non notizia”. Nessun clamore, nessuna sensazionalità, nessuna novità. E soprattutto nessuna presa di posizione politica, nessun dibattito nel Paese.

Complici le vacanze ferragostane (ma non solo …) la notizia dei 151 migranti a bordo della Open Arms scivola via senza nessun interesse. Oltre a loro ci sono poi gli altri migranti di altre navi umanitarie, della Ocean Vicking, della nave di Sos Mediterranée e di Msf.

Questi migranti sono a bordo di navi e, per loro, i porti europei non si aprono. Non si aprono quelli della piccola Malta, da sempre restia ad aprire all’ospitalità, ma che sarebbe veramente difficoltosa per uno Stato così piccolo, e poi l’Italia, che da poco più di  un anno ha drasticamente mutato le proprie politiche di accoglienza. Anche la Spagna ieri ha risposto con un diniego all’appello del comandante della Open arms a far sbarcare almeno i 31 minori (la maggior parte non accompagnati). E anche la Ocean Vicking ha a bordo un centinaio di bambini. Ieri, invece, il ministero degli Interni ha acconsentito allo sbarco di una famiglia (due adulti e due minori) perchè uno dei bambini è bisognoso di cure.

L’ultima novità sul piano giudiziario: il Tribunale dei Minori di Palermo ha accolto il ricorso della Ong ed ha chiesto chiarimenti ai ministri Salvini, Trenta e Toninelli chiedendo loro di rispettare «la normativa internazionale e italiana» ricordando che «le convenzioni internazionali impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati». Salvini ha risposto indicando la Spagna come possibile approdo, mentre per la Ocean Vicking la meta possibile dovrebbe essere addirittura la Libia. Le Ong, ovviamente, hanno opposto un secco diniego: la Libia non è un porto sicuro.

La situazione è in continua evoluzione. Nel pomeriggio del 14 agosto arriva anche la decisione del Tar del Lazio che sospende il divieto d’ingresso in acque italiane della Open Arms che si è mossa in direzione di Lampedusa. Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha dato mandato al capo di stato maggiore della Difesa, Vecciarelli, di inviare due navi della Marina Militare, che ora stanno affiancando la Open Arms, in modo da essere pronti per un eventuale sbarco, anche alla luce del provvedimento del Tribunale dei Minori che riguarda i 31 bambini a bordo. Salvini non ci sta, chiede che la nave spagnola si diriga verso la Spagna e annuncia ricorso al Consiglio di Stato. E la situazione è in evoluzione anche per la seconda imbarcazione. Centinaia di uomini su quelle navi. Tantissimi altri sui barchini che viaggiano, autonomamente, verso le coste italiane

Sono gli “invisibili” della terra. Insieme ai tanti “invisibili” di cui spesso ci dimentichiamo. Sono numeri: dietro quei numeri non conosciamo i volti e le persone, non conosciamo i loro drammi e le loro storie. E sulla, spagnola Open Arms ci sono anche 31 minori.

 

Ma l’Europa, anche la nuova Europa che sta nascendo dopo le elezioni di maggio, di loro sembra non accorgersi. Gli Stati, non solo l’Italia, chiudono le frontiere. Attendiamo la nascita della nuova Commissione Europea (il travaglio del parto è piuttosto lungo…). L’unico segnale è arrivato dal presidente del parlamento europeo, David Sassoli che ha scritto una lettera alla Commissione per sollecitare ad affrontare l’argomento ed a trovare una soluzione.

Ma non ci sono solo le Ong. Nel silenzio generale, i migranti continuano ad arrivare anche sui cosidetti “barchini”, piccole imbarcazioni “fai da te” che vengono messe in mare in Libia o in mezzo al Mediterraneo per consentire ai migranti di raggiungere, autonomamente, le coste italiane. L’ultimo sbarco ieri, nella zona di Crotone, in Calabria.

 

Se la politica ufficiale tace, non così i cuori della gente. Accanto al crescente consenso per chi spinge per una netta chiusura rispetto ai nuovi arrivi, sancito anche dal nuovo “decreto sicurezza bis”.

Una tra queste ad Agrigento, dove, nei giorni scorsi, si è svolta una grande manifestazione, promossa da decine di associazioni, per chiedere l’apertura dei porti e sollecitare il governo a salvare chi rischia la vita in mare.

La partecipazione di circa 800 persone, in una Agrigento in questi giorni presa d’assalto dai turisti, non è da poco.

«Ma l’iniziativa continua – spiega Ada Bronte – anche se in piena estate, non vogliamo fermarci. Vogliamo essere presenti e spingere, sempre di più, per sensibilizzare le coscienze. Il 12 agosto, ci siamo recati nella spiaggia di Giallonardo, tra Porto Empedocle e Siculiana, dove si trova una delle tante imbarcazioni fantasma, una delle barche utilizzate dai migranti per raggiungere le nostre spiagge. È rimasta lì, abbandonata, dal 10 giugno, quando sono arrivati una ventina di migranti. Noi siamo scesi in spiaggia, portando degli striscioni e dei fiori, che poi abbiamo lanciato in mare, come un omaggio ai tanti morti. Un gesto per non dimenticare. Abbiamo percorso in lungo ed in largo la spiaggia, parlando con i bagnanti. Tanti, quando abbiamo lanciato i fiori, ci hanno applaudito».

 

Questa volta, l’iniziativa, sfugge ai clamori della cronaca. Non è un’iniziativa eclatante, ma è vera. Concreta. La spiaggia di Giallonardo (Realmonte- AG) ne diventa la protagonista. «Dopo la manifestazione di Agrigento – continua Ada – ci siamo riuniti. Abbiamo compreso che bisogna andare avanti non solo con le grandi manifestazioni, ma anche con le piccole iniziative, per fare cultura, opinione. Siamo rimasti per un giorno sulla spiaggia di Giallonardo, abbiamo dialogato con la gente, in maniera semplice. Tanti hanno compreso e hanno apprezzato. Il dialogo è vita, costruisce rapporti, fa cultura. È un modo per non far morire alcuni valori, per tenere desta l’attenzione sui temi dell’accoglienza, che rischiano di essere dimenticati o fraintesi».

È anche questa una parte dell’umanità: quella che non fa notizia. Ma che fa crescere una nuova cultura. Uomo accanto a uomo. E colma le lacune che la politica non riesce a riempire.

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