Sanremo 2020: la messa è finita

S’è chiusa stanotte la 70esima edizione del Festival più popolare d’Italia. Cinque serate estenuanti, senza grandi squilli, dominate dalle logiche televisive più consunte e rassicuranti. Ma il boom d’ascolti lascia intendere che agli italiani sta bene così.

I verdetti sono quelli che sostanzialmente ci si aspettava, compresi quelli inseguiti da Amadeus e dai vertici aziendali. Al solito ci vorrà qualche settimana per scoprire chi questo Festival l’ha vinto davvero, oltre a Diodato e a quell’anima provinciale rivestita di lustrini, sensazionalismi ed ecumenismi nazional-popolari che ha sempre costituito la base granitica del suo successo e che qui ha trovato, anche quest’anno, il suo perfetto domicilio.

Ha trionfato con sufficiente merito il talentuoso Diodato (la sua Fai rumore potremmo definirla un perfetto esempio di tradizionalismo modernista), che l’ha spuntata sulla gustosa Viceversa di Gabbani; mentre tra i giovani la vittoria è andata al nipote e figlio d’arte Leo Gassman, anche se i vincitori morali sono stati indubbiamente gli Eugenio in Via di Gioia, (Premio della Critica, ma fuori al primo turno); tra i big ha brillato anche la raffinata delicatezza di Tosca e l’esuberanza contagiosa dei Pinguini Tattici Nucleari e quella più esotica di Gualazzi. Quasi tutto il resto è tralasciabile, anche se nel computo di chi ha saputo lasciare il segno sono da aggiungersi almeno le performance di Benigni sul Cantico dei Cantici, lo straziante monologo autobiografico di Rula Jebreal, e i carnevaleschi simbolismi di Achille Lauro.

C’è da dire che il Festivalone nostro ha ritrovato da qualche tempo un appeal transgenerazionale grazie ai social, una diffusione planetaria grazie ai canali di Rai Italia sparsi nel mondo, e una credibilità artistica frutto di scelte mediamente più oculate che in passato; anche perché  questo evento è ancora lo specchio del Paese – caricaturato o enfatizzato nelle sue pulsioni valoriali – la cui pancia trova eco nelle sue canzoni come nelle sue iperboli spettacolari, nelle sue omelie e nelle sue commemorazioni.

Sicché tutto ha continuato a scorrere nell’apparente placidità del prevedibile, fatta eccezione per la furibonda lite tra due comprimari frustrati come Bugo e Morgan: quisquiglie destinate a non lasciare altra scia che quella svaporante delle chiacchiere; e in un trionfo di scenografie sberluccicanti quanto le mise in passerella, in un estenuante susseguirsi di superlativi e di «è un grande onore per me», s’è finalmente arrivati in fondo.

Questo gattone dalle settanta vite ha partorito cinque strabordanti serate abbastanza femminocentriche (un ovvio rinculo dopo le polemiche che ne hanno accompagnato la gestazione), guidate dalle norme sempiterne di una trasversalità stilistica e di show che difficilmente lascerà il segno negli annali festivalieri, ma i cui ascolti altissimi confermano il successo di una formula affinata negli anni, dove conta la crociera molto più della rotta, del meteo, della ciurma o del capitano. Perché quest’anno, diciamolo, ha vinto soprattutto Sanremo.

 

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