Sanremo 2018: i verdetti

Dopo la settimana più lunga dell’anno anche il Sanremo numero 68 è in archivio. Proviamo a tirarne le somme, al di là degli ascolti da record che hanno premiato anche la serata finale

E anche questo è andato. Ha vinto l’accoppiata Ermal Meta e Fabrizio Moro, favoritissimi fin dalla vigilia, con una canzone tutto sommato carina, emotivamente intensa, e ben strutturata sia nella melodia che nel testo. Tra i giovani invece la palma è andata al romano Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, che l’ha spuntata su un manipolo di promesse piuttosto interessanti come Mirkoeilcane (suo – e di gran lunga – il testo più intenso di quest’edizione), e lo scanzonato Mudimbi.

Ma chi ha vinto importa poco: anche quest’anno la battaglia vera comincerà da domani, nelle playlist e sul web molto più che nei negozi; tutti a cercare quei consensi in grado d’innescare quell’ineffabile meccanismo che dalla promozione porta ai concerti: ormai l’unico modo per campare con la musica in questo millennio.

Tra i brani in gara, oltre a quelli dei succitati, sopravviveranno all’oblio (almeno per un po’) le raffinate apparenze popolaresche di Gazzè e Barbarossa, l’eleganza della Vanoni e dei suoi sapienti accompagnatori, le guasconate de Lo Stato Sociale, la sanremesità quasi perfetta di Annalisa, il bel crescendo di Diodato e Roy Paci.

È stato un Festival che è vissuto sul gioco delle coppie e dei tris. Un Sanremo povero se si giocasse a poker, ma qui ogni azzardo è stato calcolato, valutato, affrontato con la spregiudicatezza di chi sa che non c’erano alternative. Andrebbe ripensato o almeno accorciato tutto, ma nessuno di questi tempi ne ha la forza e il potere. Sicché anche quest’anno s’è tirata avanti la lussuosa carretta come si e potuto, il meglio o il meno peggio possibile. E lo sforzo è stato premiato con ascolti superiori ad ogni più rosea aspettativa, anche se la noia è cresciuta serata dopo serata e ben poco di ciò che è accaduto sotto le volte dell’Ariston pare destinato a restare a lungo nella nostra memoria.

In ogni caso onore a Baglioni, il quale ha capito l’essenziale di questo marchingegno: bisogna adeguarsi alle sue logiche, non pretendere di piegarle alle proprie, sennò ci si resta spiattellati sotto. E pazienza se la maggioranza delle canzoni erano sciape, pazienza se nessuno è riuscito a capire che cassandone un buon terzo avremmo risparmiato qualche sbadiglio e tutti ne avrebbero guadagnato.

Ma questo Sanremo ha detto anche altro. Per esempio che è molto meglio un James Taylor che rifà a modo suo La donna è mobile, che i gorgheggi strazianti de Il Volo a massacrare Endrigo. Come dire che il nostro provincialismo continua ad ammorbare le logiche di quest’Italietta preelettorale smarrita, rissosa ed ansimante. L’interminabile kermesse ha confermato che l’evento resta più televisivo che musicale anche se lo ingolfa di canzoni; ha confermato che Favino è un grande attore e Baglioni è ancora il re dei cantautori pop ma un pessimo presentatore, e che la tivù nazional-popolare ancora funziona, anche se è sempre più difficile e costoso sfruttarne le residue potenzialità. Difficile soprattutto riuscire ad affrancarsene, almeno fra le palme e le paillettes di Sanremo.

 

 

 

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