Sacco e Vanzetti

Il 23 agosto del 1927 fu il giorno in cui due italiani, due operai, due anarchici, ma anche due immigrati da un Paese povero ad uno più ricco, furono accusati di duplice omicidio con un processo molto discutibile, e furono condannati a morte negli Stati Uniti d'America. È del 1971 la toccante pellicola di Giuliano Montaldo.  

La data del 23 agosto ci ricorda una cosa importante, e cioè di garantire a ogni estraneo, ad ogni ultimo, a ogni fragile che ci compare davanti, tutti i diritti civili e il rispetto che chiediamo per noi stessi. Questa data ci rammenta di cercare la verità oltre i nostri interessi e oltre i nostri istinti: di vedere nell’altro, anche in quello da noi più distante, per prima cosa un essere umano. Oltre ogni categoria, luogo comune o pregiudizio. Il 23 agosto del 1927 fu il giorno in cui due italiani, due operai, due anarchici, ma anche due immigrati da un Paese povero ad uno più ricco, furono accusati di duplice omicidio con un processo molto discutibile, e furono condannati a morte negli Stati Uniti d’America. Si chiamavano Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti e quel giorno furono giustiziati mediante sedia elettrica, nello stato del Massachusetts. Avevano idee pacifiste, si erano rifiutati di combattere contro altri uomini durante la prima guerra mondiale, erano fuggiti in Messico per un po’ e finito il conflitto erano rientrati in America, senza sapere di essere finiti in una lista nera di sospetti individui eversivi, in un momento storico in cui negli Stati Uniti era forte la percezione del pericolo comunista.

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Il 23 agosto del 1927 la loro vita sulla terra cessó con la violenza, ma mezzo secolo più tardi, esattamente il 23 agosto del 1977, un po’ anche grazie al cinema, alla sua potenza evocativa, alla sua capacità di arrivare ovunque e di scuotere le coscienze sollevando dubbi e liberando emozioni, quel giorno é diventato anche quello della loro riabilitazione: Michael Dukakis, allora governatore dello Stato del Massachusetts, riconobbe ufficialmente gli errori commessi nel processo contribuendo a ridare la giusta memoria e la completa dignità a Sacco e Vanzetti. C’entra il cinema perché pochi anni prima delle parole di Dukakis, nel 1971, tornando su questa tragica vicenda che da subito aveva fatto discutere, indignare e aveva provocato grandi proteste nel mondo, il regista italiano Giuliano Montaldo aveva costruito un film toccante. Quella pellicola dal titolo asciutto, Sacco e Vanzetti, aveva varcato l’oceano e riscaldato nuovamente l’argomento: l’aveva riattualizzato, riacceso, aveva come fotografato una ferita mai curata.

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Il film raccontava la storia di due uomini appassionati ma onesti, diversi tra loro ma convinti entrambi delle loro idee politiche. Due persone piene di principi sani, nobili, due difensori della libertà e della giustizia. «Possono bruciare i nostri corpi, non possono distruggere le nostre idee – dice la toccante lettera che Nicola Sacco scrisse al piccolo figlio Dante poco prima di morire, e che Montaldo inserì, in piccola parte, nel film – esse rimangono per i giovani del futuro, per i giovani come te», scrive ancora il pover’uomo condannato a morte, che poi spiega quali siano le sue idee, e sono di una bellezza infinita: «Ricorda, figlio mio, la felicità dei giochi non tenerla tutta per te. Cerca di comprendere con umiltà il prossimo, aiuta il debole, aiuta quelli che piangono, aiuta il perseguitato, l’oppresso: loro sono i tuoi migliori amici».

Contro Sacco e Vanzetti fu costruito un puzzle di superficialità che in controluce mostrava le parole intolleranza, razzismo e sfiducia verso individui appartenenti alla minoranza degli italiani, allora poco amata. E dunque il film di Montaldo torna utile ancora oggi, perché attraverso gli accenti italiani, i dialetti dal sapore contadino dei due poveri protagonisti, pugliese quello di Sacco e piemontese quello di Vanzetti – magistralmente interpretati il primo da Riccardo Cucciolla e il secondo da Gian Maria Volonté – abbiamo la possibilità di identificarci nello straniero, di vedere l’altro attraverso noi stessi, e un po’ di avvertire sulla nostra pelle quello che può accadere quando trasformiamo la sua vita in uno strumento politico, quando invece di una persona vediamo il fantasma delle nostre paure ancestrali.

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Sacco e Vanzetti, ormai alla soglia dei suoi primi cinquant’anni di vita, ci aiuta a lavorare su queste pericolose pulsioni, emozioni alle quali necessariamente dobbiamo aggiungere ragionamenti, sulle quali va operato per forza un lavoro, per evitare che tali istintive difese portino alla sofferenza altrui, in alcuni casi estrema. Sentiamo vicini i personaggi di Sacco e Vanzetti, i loro suoni familiari ci provocano un’emozione che però dobbiamo trasformare nel primo passo di uno sforzo che serva a garantire diritti e dignità a tutti i suoni che non conosciamo. Attraverso l’esempio di Sacco è Vanzetti dobbiamo reagire alla paura dell’ignoto che ogni suono sconosciuto ci procura, per evitare ogni simbolico 23 agosto. 

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