Rosario Livatino, la santità batte la mafia

Il 9 maggio, nella cattedrale di Agrigento, Rosario Livatino, il giudice ucciso dalla mafia nel 1990, sarà proclamato beato. Nella stessa data, 28 anni prima, Giovanni Paolo II, pronunciò, nella valle dei Templi, l’ormai famoso «anatema».

«Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili».  Una frase, trovata tra i suoi appunti privati, testimonia, più di ogni altra, la vita di Rosario Livatino, il magistrato della Procura di Agrigento, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, mentre, al volante della sua Ford Fiesta, si recava al lavoro percorrendo la strada che da Canicattì (la città dove era nato e dove viveva) porta ad Agrigento.

Rosario Livatino aveva 37 anni, ne avrebbe compiuto 38 qualche giorno dopo. Era in magistratura da 12 anni: aveva prestato servizio dapprima alla procura di Caltanissetta, poi ad Agrigento. Si era subito occupato di inchieste di mafia e, per questo, era entrato nel mirino delle cosche locali, strette nella morsa della faida tra gli esponenti di Cosa Nostra (uno dei quali abitava proprio nei pressi della casa del giudice) e della “Stidda”. I processi che si sono celebrati (ben tre, tutti conclusi nei tre gradi di giudizio) hanno individuato mandanti ed esecutori materiali. Oggi tutto è chiaro (grazie anche ad un testimone oculare dell’omicidio e alle dichiarazioni di alcuni pentiti) nelle motivazioni e nelle spinte che portarono alla decisione di uccidere Livatino. Le condanne sono arrivate ed alcuni colpevoli stanno scontando le condanne all’ergastolo.

Conclusa la vicenda processuale, i riflettori si accendono sulla vicenda personale del magistrato. Il 9 maggio, Rosario Livatino sarà proclamato Beato. La celebrazione, nella cattedrale di San Gerlando, ad Agrigento, sarà presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e concelebrata dall’arcivescovo di Agrigento, cardinale Franco Montenegro e dall’arcivescovo coadiutore, monsignor Alessandro Damiano. Per la proclamazione, è stata scelta la data del 9 maggio. Il 9 maggio 1993, 28 anni prima, durante la sua visita ad Agrigento, il papa Giovanni Paolo II, nella celebrazione alla Valle dei Templi, pronunciò uno dei discorsi più emblematici del suo pontificato,  una dura e veemente invettiva contro la mafia. «Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane – tuonò Wojtyla – devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!» Quest’ultima frase, pronunciata con il dito alzato, dice tutta la forza del messaggio del Papa che poco prima della celebrazione, aveva incontrato i genitori del giovane magistrato, Rosalia Corbo e Vincenzo Livatino. Aveva parlato soprattutto con la madre (Vincenzo si era quasi messo da parte) ed aveva raccolto la testimonianza di fede semplice e vera di due genitori che avevano visto uccidere, tre anni prima, il loro unico figlio.

Pochi anni dopo la sua morte, l’arcivescovo monsignor Carmelo Ferraro chiese ad Ida Abate, insegnate di greco e latino al Liceo Classico Ugo Foscolo di Canicattì, che era stata insegnante di Livatino, di raccogliere le testimonianze, gli scritti ed i ricordi del «giudice ragazzino». Lo fece insieme ai genitori, insieme a loro aprì e lesse le agendine di Rosario: un lavoro minuzioso e fatto di tanta dedizione. Questa donna straordinaria ha condotto la prima parte del lavoro che portò, nel 2011, all’apertura della causa di beatificazione. Ida Abate scrisse anche un libro, «Il piccolo giudice». Lei raccolse e studiò le lettere, i documenti, le agendine. Lei stessa raccontò, in una intervista, cosa esse contenessero: il racconto di una giovane vita e dei suoi traguardi, ma anche di un periodo difficilissimo vissuto da Rosario intorno al 1984. In tutte le agende c’era una piccola sigla: «S.T.D.». Era anche nell’agenda trovata accanto al corpo straziato del giudice e destò l’interesse degli inquirenti. Quella frase, presente anche nella minuta della sua tesi di laurea (insieme alla dedica ai genitori), ha un significato scarno ed essenziale: «Sub Tutela Dei». La vita di Livatino, il suo operato, era sotto la protezione di Dio. Per lui, secondo Ida Abate, questa frase aveva un significato preciso : «Vivere sotto lo sguardo di Dio», alla sua sequela. Scrisse tra l’altro: «Che Dio mi protegga ed eviti che qualche male venga da me ai miei genitori». Rosario Livatino era cosciente del pericolo che correva, non aveva voluto la scorta per non mettere a rischio altre persone. Secondo Ida Abate, nella sua fuga nei campi nel tentativo di sfuggire ai killer, Rosario aveva un pensiero preciso: soprattutto i suoi genitori. Sapeva che li avrebbe lasciati soli.

Il giorno in cui prestò giuramento scrisse. «Ho prestato giuramento: da oggi sono in Magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione che i miei genitori mi hanno impartito esige»

Ida Abate è morta nel 2017. Prima di lei se n’erano andati anche i genitori di Livatino. Nessuno di loro sarà presente alla celebrazione in cattedrale. Ma essi l’hanno, in qualche modo, vissuta e pregustata durante la loro esistenza. Ci sarà soltanto un cugino e alcuni parenti lontani.

Livatino è il primo magistrato a salire sull’altare: un segnale non da poco. E la Sicilia, alla fine del XX secondo, vede il sacrificio di due persone, entrambe dichiarate  beate. Emblematicamente, si tratta di due vittime della mafia.

Don Pino Puglisi e Rosario Livatino: due esperienze diverse e parallele. Entrambi con un desiderio: il riscatto della Sicilia, l’amore per la propria gente. Per i quali hanno vissuto fino alla fine.

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