Ritratto di famiglia

“Fu insomma più cattivo e più felice che mai per secoli fussi stato papa alcuno”. Così il Guicciardini nelle Storie fiorentine stigmatizza Alessandro VI. Eco del giudizio negativo dei contemporanei, del successore Giulio II (che non volle abitarne gli appartamenti, trasferendosi nelle “Stanze di Raffaello”) e di secoli dove calunnia e verità si sono intrecciate, per la gioia di libellisti, registi, drammaturghi (Victor Hugo) e musicisti (Donizetti). Una “leggenda nera” in piena regola su un personaggio, e un’epoca, di “veleni e pugnali”: un Rinascimento da romanzo d’appendice, insomma. Anche la chiesa è parsa voler rimuovere il ricordo borgiano: ben pochi oggi sanno che in Roma, nella modesta chiesa spagnola di Monserrato, una tomba oscura raccoglie i resti – traslati nel Seicento da San Pietro – di Callisto III, lo zio, e di Alessandro, il nipote: l’apripista della famiglia valenzana e il padre di Cesare e Lucrezia, per citare i figli più famosi del prolifico pontefice. Tentare perciò oggi una rassegna sui Borgia, può rappresentare un’impresa rischiosa. C’è qualcosa che non sia già stato indagato, che la storia più seria non abbia sufficientemente documentato, separando le esagerazioni dalla realtà dei fatti? Eppure uno storico cattolico serio, come Giacomo Martina, se da una parte afferma “che quanto si sa con certezza è più che sufficiente a pronunciare il più severo giudizio su di lui (Alessandro, ndr)”, dall’altra ammette che “si discute e si discuterà ancora su questo singolare pontefice”. Legittimo quindi riprendere in esame quest’uomo ed il suo clan, con tutto il peso avuto nella storia della chiesa e dell’Italia della fine del secolo quindicesimo. Epoca di cui la rassegna romana, nell’allestimento “teatrale” di Ezio Frigerio, tenta una rivisitazione, con un evidente fine riabilitativo e con straordinaria ricchezza di documentazione. Fra dipinti, sculture, armi, medaglie, oggetti, sfila un’epoca splendida, ma insieme percorsa da brividi apocalittici, se è vero che il leitmotiv che accompagna la “ricostruzione” è l’allegoria Il carro di fieno di Bosch, anno 1500-1502. Divisa in sezioni, punta ad una panoramica sulla famiglia Borgia, dal giurista Alonso – poi papa Callisto (1455- 58) a Lucrezia, morta a Ferrara nel 1519: nemmeno un secolo di gloria quindi per un clan la cui ascesa e potenza deve tutto (o quasi) alla chiesa. Callisto “sistema” i parenti a Roma, con un occhio speciale al giovane Rodrigo, che nomina cardinale e vicecancelliere: carica che manterrà durante ben cinque pontificati. Se il primo è uomo ancor medievale – e le opere d’arte in rassegna ne dimostrano il gusto “gotico” – il nipote si inserisce pienamente nella mentalità rinascimentale: cultura, committenza artistica, autoaffermazione. “Comprato” il papato, si rivela – come ormai gli storici evidenziano – protagonista di prim’ordine nell’intricata storia italiana. Il ritratto che il Pinturicchio gli dipinge nel suo appartamento, mentre sta in adorazione del Risorto, lo mostra nel rigoglio fisico di sessantenne robusto, sensuale, determinato. Nell’intricato gioco del suo pontificato – invasione di Carlo VIII di Francia, minaccia di “deposizione”, conflitto col cardinale della Rovere, “caso” Savonarola – Alessandro si dimostra politico consumato e governante avveduto: Roma espone tuttora, sulla fronte di Castel Sant’Angelo, un enorme stemma Borgia, segno dell’attività edilizia e fortificatrice del papa, ad opera soprattutto del prediletto architetto Sangallo. Mentre le pitture festose del già citato Pinturicchio in Vaticano (1492-98), in cui le storie di martiri si mescolano ai miti pagani di Iside e alle allegorie astrologiche, dimostrano la simpatia del pontefice “sempre gaio” per uno stile brillante ma superficiale ed una mentalità eclettica in cui neopaganesimo e cristianesimo si mescolano con sconcertante naturalezza. Del resto – e ne basterà solo un accenno – la vita del papa e della sua corte – secondo il Diario del cerimoniere Burcardo (ma non solo) – assomigliava a quella di un monarca contemporaneo, fastoso all’esterno e amorale nel comportamento. Il fatto è che in Alessandro il sovrano prevale decisamente sul “pastore”: ed il progetto di fare dello stato pontificio un feudo della casa Borgia è in primo piano, secondo una logica temporalistica che avevano avuto e avranno altri pontefici. Di qui, il protagonismo del figlio Cesare, vera mente dell’ultima fase della politica papale con il cui aiuto otterrà il ducato di Romagna – espressione esasperata dell’individualismo rinascimentale – ed i matrimoni “politici” della figlia Lucrezia: vicende che la rassegna, con una ricca documentazione, ripropone, con la possibilità di una riflessione su uno stile di governo dove “il fine giustifica i mezzi” – per dirla col Machiavelli, ammiratore di Cesare nel Principe -; dove al “delitto di stato” si accompagna l’uso spregiudicato di religione, cultura, informazione- deformazione della verità per fini di esaltazione personale. Scelte che, come si può constatare, hanno fatto scuola, separando di fatto etica e politica: il che, per quanto in storia si debba tener conto dell’epoca e della mentalità, è fatto di per sé gravido di conseguenze negative. Un grosso capitolo rimane il “caso Savonarola”, l'”anti- Borgia”, come lo definisce la studiosa Ludovica Sebregondi, affermando onestamente che il “conflitto fra i due (Alessandro e il frate, ndr) è insanato”. Se è vero che gli storici, laici o cattolici, son passati dalla condanna del frate come “medievale”, al farne – erroneamente – un precursore di Lutero, a giudicarlo un “fanatico” o, come si tende ora a dire, un quasi-santo. Forse dimenticando – ed è emozionante in mostra osservare i ritratti del frate ed il “breve” di scomunica – che fra’ Girolamo aveva colto il nodo cruciale della crisi gerarchica cattolica: l’essersi “inculturata” col Rinascimento per guidarne la matrice cristiana, senza però la propria necessaria autoriforma, finendo col cedere al neopaganesimo. Le crisi di un artista come Botticelli o di un intellettuale come Pico rimangono esempi lampanti del dissidio interiore degli animi più sensibili. Politica scaltra, orgoglio dinastico, attività culturale ed edilizia: la mostra, che tenta di fare un punto sugli studi attuali e di ripresentare la “famiglia” al grosso pubblico, riscopre l’intelligenza di papa Borgia, la sapienza diplomatica, l’amore per una vita fastosa e l’impulso dato alle arti.A nostro parere, tuttavia, la rassegna romana rimane un lavoro incompleto. In primo luogo, perché manca il giusto rilievo all’attività religiosa di Alessandro che ha governato la chiesa per ben undici anni: dell'”invenzione” liturgica della Porta Santa nell’anno giubilare, della sua devozione mariana – ha istituzionalizzato l’Angelus, diffuso la festa dell’Immacolata Concezione, – dell’approvazione ad ordini riformati – San Francesco di Paola – della preoccupazione “evangelizzatrice” nella celebre bolla di spartizione delle “nuove terre” fra Spagna e Portogallo del 1493, si parla troppo poco o si sorvola: forse per un pregiudizio unilaterale? Senza poi contare gli svarioni nelle schede del catalogo: dal Bembo cardinale sotto Leone X (ne fu invece segretario) a Paolo III “devoto” (affermazione contestabile), alla Festa del Rosario di Dürer col “ritratto di Alessandro sesto” (è del 1506, il papa era Giulio II); dubbi restano sul ritratto di papa Borgia del Museo di Digione, la cui fisionomia invece pare quella di Sisto IV (confrontarla con l’affresco di Melozzo…). Manca infine, una visione “globale” della vicenda Borgia, che qui sembra concentrata solo su Alessandro Cesare e Lucrezia. Ma se, giustamente, l’avvio è su papa Callisto, perché non chiudere con un personaggio in “positivo”, in controtendenza rispetto alla fama del clan: san Francesco Borgia, uno dei primi gesuiti, pronipote di Alessandro ed erede del duca di Gandia, il prediletto del pontefice? Ci hanno provato anche degli storici come Antonio Spinosa, nella sua Saga dei Borgia o Ivan Cloulas nel suo I Borgia: l’affresco ne è risultato più completo. “DONNA LUCRETIA, FIGLOLA CARISSIMA ” Prediletta dal padre-pontefice, ma anche vittima di un ambiente malsano e di manovre politiche in cui è corso molto sangue. Finalmente duchessa di Ferrara nel 1502, la donna dai capelli biondi e dagli occhi chiari, colta, intelligente, amica di letterati (Bembo) celebrata dall’Ariosto, appare in una luce diversa, più favorevole. Non più l’avvelenatrice delle saghe romantiche, ma una signora atta a governare lo stato, una protettrice dell’arte, una benefattrice devota dei poveri; capace, nella parabola discendente della famiglia dopo la morte del padre, di intercedere per il terribile fratello Cesare, di sopportarne con dignità la scomparsa nella freddezza di una corte ostile. Decisamente – e giustamente – riabilitativa, la rassegna ferrarese, dopo un anno dedicato a Lucrezia, svela aspetti inediti di una donna troppo calunniata, dalla vita non troppo felice. Mostra nutrita di dipinti codici lettere e medaglie, getta una luce positiva sul personaggio, anche dopo gli studi di Gregorovius e della Bellonci. Commovente la lettera a Leone X, due giorni prima della morte – il 22 giugno 1519 a 39 anni per parto – in cui cosciente della prossima dipartita, chiede benedizioni e indulgenze.Anche se di lei, come dei Borgia, restano ancora misteri da svelare – e forse lo resteranno per sempre. Lucrezia Borgia. Ferrara, Palazzo Bonaccorsi. Fino al 15/12 (catalogo Ferrara arte)

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