Riforma: i pro e i contro

Prima approvazione del contestato progetto del ministro Gelmini.
Università
Affollati cortei hanno attraversato tante città, da Torino a Palermo sono state occupate università e monumenti, i blog Internet hanno dato notizie quotidiane sullo stato della protesta. Purtroppo abbiamo rivisto scontri con la polizia, volti di manifestanti sono stati nascosti da passamontagna e caschi. E il motivo ha un denominatore comune: la preoccupazione per una politica dei tagli che sembra ignorare problemi formativi e culturali. È stata contestata una riforma che non sembra rispondere alle reali esigenze del mondo accademico.

Eppure anche tante voci si sono levate a sostegno del ddl governativo presentato dal ministro Gelmini, già approvato alla Camera con 307 voti su 566 ed ora, mentre scriviamo, in attesa dell’approvazione del Senato.

 

Proviamo perciò a considerare le ragioni dei due schieramenti. Di buono, si dice tra i promotori, c’è il desiderio di ridurre l’influenza del rettore, limitando la sua carica a un unico mandato di sei anni non rinnovabile; ma forse questo, si controbatte, contrasta con gli enormi spazi decisionali che gli vengono comunque concessi. E tra l’altro chiama in causa i vuoti normativi lasciati dai troppi rimandi (circa un centinaio) a regolamenti attuativi da definirsi.

Altro merito è, per i promotori, il richiamo alla non appartenenza ai ruoli dell’ateneo di almeno un terzo dei membri del Consiglio di amministrazione, le cui competenze potranno però essere anche solo gestionali. Dal momento che tali consigli potranno attivare o eliminare “corsi e sedi” e che i criteri di tali scelte non sono stati precisati, si insinua tra i detrattori il dubbio che la decisione possa venir condizionata da ragioni economiche che non tengano in considerazione il prestigio, la tradizione e il livello scientifico raggiunti.

 

Basta con “parentopoli”, si dice entusiasticamente. Ai procedimenti per la chiamata non potranno infatti partecipare coloro che abbiano un grado di parentela con i professori, il rettore o i consiglieri della struttura che effettua la chiamata. Resta la possibilità dello scambio di favori tra professori e amministrativi afferenti a diverse università: tu assumi mio figlio, io il tuo.

Onore al merito, si dice ancora: gli scatti di stipendio dei docenti potranno aver luogo solo previa valutazione positiva da parte di una commissione interna e non più automaticamente per anzianità di servizio. Ma, ancora una volta, quali sono i criteri? Dell’Anvur, l’agenzia di valutazione cui è demandato il delicatissimo compito, si parla da tempo, ma di fatto ancora non esiste, se non tra le righe del ddl. Quello di una maggiore meritocrazia resta comunque uno degli aspetti più apprezzati della riforma.

Quanto ai ricercatori, i loro contratti saranno a tempo determinato con durata triennale, «prorogabili per una sola volta». Al termine dei sei anni, il ricercatore sarà confermato a tempo indeterminato come associato, oppure terminerà il rapporto con l’università maturando, però, titoli utili per i concorsi pubblici. Il modello, si sottolinea, è quello anglo-americano. In quei Paesi tuttavia i fondi per assumere i ricercatori al termine del periodo di prova sono disponibili fin dal principio, mentre da noi non ci sono garanzie in tal senso. Inoltre i ricercatori a tempo indeterminato, destinati a sparire ma ancora numerosi, incontreranno molte più difficoltà per gli avanzamenti di carriera.

 

Nell’ottica di uno svecchiamento del personale, si stabilisce poi la fine dell’impiego di docenti a titolo gratuito (5 per cento al massimo), utilizzati fino ad oggi per la copertura dei buchi in organico e assunti spesso fra i docenti in pensione; idea condivisibile, ma ci saranno i soldi per provvedere alle necessarie assunzioni?

In effetti proprio l’assenza di fondi sembra essere la vera ragione ispiratrice del ddl. L’accorpamento di atenei, la contrazione di facoltà e dipartimenti, la generale riduzione di insegnanti e ricercatori, pur giustificati da una lievitazione pluriennale di corsi di laurea (oltre 5 mila) e insegnamenti (più di 150 mila), sembrano dettati, infatti, da un prioritario bisogno di contenimento dei costi della spesa pubblica. Anche da qui l’irritazione dei detrattori della legge per l’eccessiva disponibilità a concedere fondi (fino al 20 per cento dei contributi) alle università private, secondo criteri interamente demandati al ministero.

 

In conclusione, una riforma era certamente necessaria. Ma con questo ddl un’enorme responsabilità (anche troppa, forse) viene assegnata ai suoi esecutori materiali. Ed è tutto da vedere se essi vorranno e sapranno effettivamente garantire (come recita l’art. 1) il progresso culturale e civile della Repubblica, oltre che quello economico.

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