Restituire opere d’arte

Restituire ai proprietari le opere d’arte sottratte in un Paese e portate altrove è un fatto tutelato del Diritto internazionale. E quando si tratta di collezioni acquisite da musei coloniali o nazionali? Il British Museum ha deciso per intanto di indagare sulla storia delle donazioni ricevute.
Tesoro dei Quimbaya

La pratica di restituire opere d’arte ai legittimi proprietari non è una novità. Succede tra persone, istituzioni, musei, Paesi, perfino fra istituzioni ecclesiastiche. È di questi giorni, ad esempio, la notizia che il Museo diocesano di Lérida (Catalogna) ha restituito alla Diocesi di Barbastro (Aragona) 23 dei più di 100 pezzi di arte religiosa che la diocesi aragonese rivendicava da anni.

Seguire il percorso nel tempo e nello spazio di alcune opere d’arte non è sempre facile, il più delle volte mancano i documenti che possano legittimare la proprietà di un quadro, una scultura o altro. Altre volte, però, il lavoro coscienzioso degli esperti si conclude con un successo.

È il caso, ad esempio, di due quadri di recente restituiti alla Polonia dal Museo di Pontevedra (Spagna). Secondo la documentazione riunita dal Ministero polacco della cultura, i quadri appartenevano alla collezione della Principessa Czartoryski, che fu saccheggiata dai nazisti nel 1944. Riapparvero a Madrid nel 1973 e nel 1994 finirono a Pontevedra come patrimonio di una collezione privata. In questo caso le autorità locali non hanno esitato a dichiarare che si tratta di «una restituzione storica, per riparare ad una rapina a mano armata, un abuso». Ma si tratta comunque di due quadri.

Più arduo diventa prendere una decisione quando si tratta di rinunciare a centinaia o migliaia di oggetti a proposito dei quali non vi è alcun dubbio che siano stati “rubati”. Cioè quei pezzi che per esempio al tempo del colonialismo europeo vennero requisiti in Africa o in America o in Asia e inviati in Europa per ingrossare le collezioni di re e nobili, e che in molti casi sono poi finiti nei musei nazionali. Per secoli questi musei hanno esposto al pubblico le glorie degli imperi coloniali, esibendo opere d’arte trasferite dai territori dominati. Oggi, però, questa dimostrazione di potere sta diventando pressoché nauseante.

L’estate scorsa l’attivista congolese Mwazulu Siwa Lemba si fece deliberatamente registrare in video (poi postato su youtube) mentre portava via una statuetta dal Museo Afrika, a Berg en Dal, nei Paesi Bassi. Gesto peraltro non nuovo e ripetuto provocatoriamente in altri musei europei.

«Questo museo – ha spiegato l’attivista – è stato creato negli anni Sessanta e tutti i suoi pezzi sono stati rubati dall’Africa durante la colonizzazione e la schiavitù. Non chiederemo mai al ladro il permesso di recuperare ciò che ha rubato. Siamo venuti per restituire l’anima dell’Africa».

Due mesi dopo il Consiglio della cultura dei Paesi Bassi ha sollecitato la restituzione ai paesi di origine del patrimonio delle ex colonie olandesi, a condizione che si possa dimostrare «con ragionevole certezza» che quegli Stati «hanno dovuto cedere i pezzi involontariamente».

«Non c’è modo di invertire l’ingiustizia storica che ha avuto luogo durante il passato coloniale – ha aggiunto il Consiglio olandese –, ma si può dare un contributo assumendosi la responsabilità di quel passato quando si tratta di oggetti coloniali».

Pochi giorni fa il British Museum di Londra (fondato nel 1753 da sir Hans Sloane) ha mostrato di volersi in qualche modo accostare a questo desiderio di restituzione di opere d’arte. A tale scopo ha incaricato la restauratrice Isabel MacDonald dell’ingente lavoro di studiare il come, il quando e il perché del proprio patrimonio (oltre otto milioni di pezzi).

Nessuno ha parlato ancora di restituire nulla, ma la MacDonald ha spiegato che l’obiettivo è “analizzare la storia e contestualizzarla”, sottolineando che «il British Museum è in realtà una raccolta di collezioni, poiché sono pochi gli oggetti che sono stati acquistati direttamente, la maggior parte sono donazioni».

Chissà se in futuro i marmi del Partenone torneranno in Grecia e la stele di Rosetta in Egitto. Chissà se il busto di Nefertiti, ora al Neues Museum di Berlino, tornerà a casa. Chissà se il Tesoro dei Quimbaya (122 oggetti precolombiani in oro di grande valore artistico), al Museo de América di Madrid dalla fine del XIX secolo, tonerà in Colombia, che nel 2017 ne ha chiesto la restituzione.

 

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