Referendum: 57,8 per cento di sì

Una costosa prova di forza di Zaia, visto che la Costituzione consente già di avviare trattative con lo Stato. Ma il fronte fiscale è escluso
Luca Zaia

Bene, ma non benissimo: potrebbe essere scherzosamente definito così il risultato del referendum per l’autonomia in Veneto. Al di là della (scontata) pressoché totalità dei sì (il 98,1 per cento), e del raggiungimento del quorum del 50 per cento, l’asticella dell’affluenza si è fermata al 57,8 per cento: al di sotto quindi di quel 60 indicato da diversi esponenti della Lega, a cui fa capo il governatore e primo promotore della consultazione Luca Zaia, come obiettivo per poter dire di considerare l’appuntamento con le urne un successo.

Certamente lo è comunque stato nella misura in cui la maggioranza assoluta del corpo elettorale si è espressa a favore dell’autonomia; ma non si è trattato del plebiscito sperato, con oltre il 40 per cento degli elettori che ha scelto l’astensione non tanto perché contraria all’autonomia, ma contraria ad un referendum percepito come inutile – dato che la Costituzione consente di avviare comunque trattative per l’autonomia con lo Stato – e costosissima prova di forza politica di Zaia. Solo nella provincia di Vicenza, la più “affezionata” sin dalla rilevazione delle 12, si è superata da soglia del 60 di oltre due punti; mentre viceversa il quorum è stato mancato di appena un decimo a Rovigo, con il 49,9 per cento. Anche Belluno, dove pur si votava anche per un analogo referendum all’autonomia della provincia e ci si sarebbe potuti quindi attendere un’affluenza maggiore, ci si è fermati al 51 per cento.

Il governatore, nella conferenza stampa di annuncio dei risultati, si è comunque detto soddisfatto: ha parlato di “big bang dell’autonomia”, assicurato che farà valere a Roma il peso dei due milioni di veneti che lo stanno sostenendo, spingendo in particolar modo sull’annunciato obiettivo di trattenere il 90 or cento delle tasse come la provincia di Bolzano. Ed è proprio qui però che la trattativa si fa ardua, e che le opposizioni – che pur si sono per la maggior parte espresse per il sì, pur con i dovuti distinguo rispetto alle modalità utilizzate per portare avanti istanze comunque largamente condivise – attendono Zaia al varco.

Perché proprio il fronte fiscale è escluso dalle materie che, secondo l’articolo 116 della Costituzione, possono essere devolute alle Regioni; nonché escluso dalla Costituzione stessa dalle materie oggetto di referendum. Punti certo già noti prima dell’indizione della consultazione, ma sulle quali proprio in virtù l’investitura popolare Zaia conta di poter far sentire la voce del Veneto. Non a caso sono in molti, sia tra gli esponenti politici che tra i commentatori affermano che “ora comincia il bello”; e che Zaia è ora costretto a dimostrare davvero le sue capacità politiche, trovandosi da un lato tenuto ad andare avanti, e dall’altro a farlo senza poter contare sul sostegno sperato.

Sia come sia, il referendum ha comunque avuto l’effetto di sollevare il dibattito all’autonomia regionale in tutto il Paese, su come questa sia o meno da rivedere rispetto alle forme in cui è stata concepita; nonché di ravvivare – se mai ce ne fosse stato bisogno – un movimento di popolo in questo senso in Veneto. Nella domenica del voto, sui social pullulavano le foto di persone che esibivano l’attestazione di aver votato; nei giorni precedenti la campagna mediatica è stata battente; assumendo sì spesso forme populistiche, ma anche (fortunatamente) critiche e costruttive.

Tanto che il direttore del Corriere del Veneto, Alessandro Russello, nel suo editoriale del lunedì ha parlato di “Una nazione dentro lo Stato”: quella veneta, un popolo che sin dai tempi della Serenissima si sente tale, cosa che «si sapeva, ma oggi è entrata nell’urna».

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