Recuperiamo il Carducci più grande

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Quando furono pubblicate le Odi barbare, che contengono alcune ottime poesie, un lettore scrisse al poeta imitandone perfettamente prosodia e metrica: Quattro facestimi spendere, caro Carducci, lire;/ Rendimi quattro, caro, lire, Carducci, mie. Il lettore era molto spiritoso, ma aveva solo in parte ragione, vendicandosi di tutto il Carducci retorico precedente, per gran parte dei suoi versi, e solo in parte eccedente in quelle odi. Era in atto la questione carducciana, cioè il cattivo uso che l’ideologia politico-culturale massonica, nazionalistica, anticlericale e cattedratica, faceva di lui con la sua stessa debole complicità, e che per lungo tempo ne avrebbe inquinato la fruizione scolastica e la fama letteraria; ma tant’è, il primo Nobel italiano per la letteratura (I906) era veramente un grande poeta: scremato però, dobbiamo ripeterlo, dei molti orpelli ideologici. Il che significa, in termini molto concreti, alleggerito di mille delle sue mille e ottanta pagine poetiche. Pare troppo? No. Per lui, come per molti altri poeti moderni (Pascoli, D’Annunzio, Pound, lo stesso Montale) scrivere mille pagine è stato un errore, forse necessario per decantare il meglio, ma le scorie restano scorie, pur se di dignitosa e onesta letteratura. Per un poeta, aver scritto qualche decina di pagine di vera poesia non è poco. Carducci può aggiungervi molte ottime pagine di prosa, dal grande commento al Canzoniere di Petrarca a scritti sia critici che occasionali molto sentiti e autenticamente faticati e sofferti. Oggi bisognerebbe comporre una bella antologia carducciana formata da duecento pagine di prosa e ottanta di poesia; e che documentasse anche il ritorno cristiano del poeta semiprigioniero della massoneria e del proprio stesso anticlericaliche smo; che era sincero, in parte giustificabile, ma in altra gran parte motivato da scarsa cultura storica e teologica (a sua volta dovuta a debolezza filosofica). In realtà Carducci fu sempre intimamente cristiano anche se, per un periodo, negatore, come Tolstoj, della divinità di Cristo; e lo fu con purezza infantile e adolescenziale, cioè con le note più intime e profonde della sua stessa poesia. La confessione-conversione all’abate Chanoux (1889) e molte parole inequivocabili (L’uomo senza Dio è una bestia da serraglio, cioè feroce, inumano, inutile a sé, dannoso agli altri; Che cosa sublime il Paradiso – di Dante ma non solo – Ci voglio andare anch’io) lo documentano, insieme con il fastidio esternato nei confronti di D’Annunzio che voleva sostituire la Madonna con le dee greche. Carducci era un uomo, e un uomo di cultura, fragile ma onesto. Due episodi tra molti lo testimoniano: il rifiuto, nel 1889, di partecipare alla celebrazione puramente anticlericale di Giordano Bruno (e bisogna sottolineare che il rogo del filosofo nel 1600 era stato uno degli errori più gravi e antievangelici della Chiesa), e, qualche anno prima, il discorso La libertà perpetua di San Marino, in cui troviamo le parole, molto risuonanti anche oggi, in repubblica buona è ancora lecito non vergognarsi di Dio (…). Ove e quando ferma e serena rifulge l’idea divina, ivi e allora le città surgono e fioriscono: ove e quando ella vacilla e si oscura, ivi e allora le città scadono e si guastano. Con tutti i suoi difetti, Carducci era un uomo vero. Lo dice anche un altro episodio eloquente: quando vide il suo allievo all’Università di Bologna Giovanni Pascoli scivolare nell’alcol e nella depressione autodistruttiva, incontrandolo in una trattoria lo apostrofò: Non ti vergogni? e lo salvò. Lo si potrà quindi criticare per le sue debolezze politiche, ideologiche, anche affettive, ma non per viltà o pochezza. Diciamo, infine, quali sono le grandi e veramente belle poesie di Carducci, che specialmente le nuove generazioni non dovrebbero lasciarsi sfuggire o scolasticamente ridurre e banalizzare, perché la grande poesia è nutrimento per la vita: Il bove, Funere mersit acerbo, Traversando la maremma toscana, Pianto antico, San Martino, Davanti San Guido, Il comune rustico, Alla stazione in una mattina d’autunno, Sogno d’estate, Nevicata, Mezzogiorno alpino, La chiesa di Polenta (e accanto ad esse altre minori ma autenticamente poetiche). Qui c’è il Carducci grande dall’espressione scontrosa e scorciata, schietta e austera, dal candore camuffato da cruccio, dalla contemplazione naturale che sfocia inavvertitamente in profondità spirituale. Dimenticarlo o negarlo sarebbe un vero grande e per noi autolesionistico errore.

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