Rappresentare la Trinità

Da Caltagirone, e non solo, alla Pinacoteca vaticana fino all’8 giugno, una serie di opere  per ritrovare il gusto della contemplazione del dolore amato

Raffigurare ciò che non è rappresentabile, lo Spirito assoluto, l’Eterno. Ha senso che l’arte pretenda di far vedere, o meglio “evocare” la Trinità?

Se lo sono chiesti in molti nei primi secoli cristiani.  La risposta è stata trovata nel vangelo di Giovanni: “Chi vede me vede i l Padre”. Da quando il Verbo divino si è fatto uomo, Dio si è reso visibile e quindi rappresentabile, in qualche misura. Evocabile, come si diceva. Le raffigurazioni della Trinità lungo i secoli sono state molteplici, di grande ricchezza spirituale e teologica, di straordinaria capacità inventiva.

Uno dei soggetti più amati, fin dal secolo XI e vivo tuttora, è il cosiddetto Trono di gloria – o di grazia o di misericordia. Una raffigurazione nata in Inghilterra, passata nel Nord-Europa e dal Trecento diffusa ovunque. Il Padre presenta il Figlio morto o crocifisso al mondo, con il volto compassionevole. È la Pietà paterna, la passione vista dall’interno della Trinità.

In una preziosa tavola da Caltagirone del pittore fiammingo Vrancke van der Stock negli anni 1485-1495 è raffigurato il Padre anziano in trono, vestito come un imperatore germanico, che tiene sulle ginocchia Cristo morto, ma con una mano vicina al costato, a dire il prezzo della redenzione. Tra loro la Divina Colomba dello Spirito. Ai lati, due angeli, in basso Maria svenuta sorretta da Giovanni e la Maddalena singhiozzante.

La tavola è ora esposta nella Pinacoteca Vaticana dopo un accurato e lungo restauro ad opera degli stessi Musei.  Un intervento che nella rassegna dedicata alla tavola dimostra da una parte la perizia dei restauratori e dall’altra la bellezza del dipinto, ricco di colore, di luce e di un pathos che non può non commuovere.  Tanto più che ad esso sono affiancate due opere del medesimo soggetto.  Un Trono di gloria fiorentino, dei primi anni del 400, della scuola di Niccolò di Pietro Gerini, con il Padre giovane che mostra il piccolo Figlio crocifisso ad un gruppo di santi: è la contemplazione amorosa dei fedeli al dolore della passione.

E poi un Compianto di Ludovico Carracci, di fine ‘500, in cui il Padre commosso espone i l cadavere di Cristo tra due angeli che mostrano gli strumenti della passione: un teatro delle lacrime prebarocco di struggente intensità.

Perché questa piccola ma bellissima mostra è da non perdere? Per ritrovare il gusto della contemplazione del dolore amato da parte dei visitatori e spingerli a lasciare per un momento i flash, a fermarsi a pensare e ad ammirare la bellezza dell’arte che svela il mistero, per quanto possibile. Godere di luci colori e di un sentimento universale che è amore, dolore. E speranza.

La mostra è aperta fino all’8 giugno. Poi la tavola tornerà nel Museo diocesano di Caltagirone da dove è uscita grazie all’interesse di Antonio Paolucci e Barbara Jatta,attuale direttrice dei Musei Vaticani.

 

 

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