Raccontare i rifugiati, ascoltando la loro voce

Visita al campo profughi di Dekouaneh, nella zona Nord di Beirut, in Libano, dove vivono una trentina di famiglie di profughi siriani con bambini piccoli. Dolore, degrado, speranza  
Campo profughi in Libano

Un sorriso incoraggiante è il primo ad accoglierci nel piccolo campo profughi di Dekouaneh, a Beirut, in Libano. Nel Paese dei cedri che conta 4 milioni di abitanti, poco meno della metà è ormai costituita da profughi: quelli di ieri, i palestinesi scappati dopo la creazione dello Stato di Israele, e quelli di oggi, i siriani, costretti a fuggire da una guerra che li sta decimando. Chi pensa di trovare solo grandi campi di accoglienza è destinato a sbagliarsi. Quelli pure ci sono, ma si tratta solo del venti per cento del totale. Gli immigrati, da queste parti, si sono stabiliti in appartamenti in affitto, negli scheletri dei palazzi rimasti in piedi dopo i bombardamenti israeliani, nei garage, nei seminterrati, o in piccole baracche a ridosso dei palazzoni del centro.

 

 

A Dekouaneh, in questo polveroso sobborgo a Nord della capitale libanese, dal 2011, vivono una trentina di famiglie di rifugiati siriani, tutte con bambini piccoli e piccolissimi. Gli uomini lavorano nella cava di sabbia della zona, per costruire mattoni. Quando ne fanno un centinaio, ricevono 4 euro. A pochi metri da dove lavorano, con quegli stessi mattoni biancastri, hanno creato le baracche per le loro famiglie, arricchendole con porte sconnesse, rami, lamiere e altri oggetti di fortuna. Sono due, tre stanzette spoglie, senza porte e quasi senza mobili, dove si dorme per terra, sui tappeti, tra gli spifferi e gli insetti e le esalazioni nauseabonde degli scarichi scoperti e della spazzatura circostante. Mai cumuli della spazzatura non offuscano l’affetto che lega questa gente e non lede la loro dignità, e le condizioni di povertà sono alleviate dall’ordine, dalla pulizia degli interni e dalle piccole decorazioni: palloncini, fili colorati, cuscini. Assistiti dagli operatori dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, gli abitanti di questa comunità racchiusa in poche decine di metri quadri a ridosso di vecchi palazzoni decadenti, cercano con telefonini e antenne paraboliche di tenersi ancorati alle proprie tradizioni e di mantenere salde le relazioni con parenti e amici lontani: alcuni sono ancora in Siria, altri si sono rifugiati in Giordania o sono già espatriati.

 

 

Mentre gli uomini lavorano, le donne, belle ed eleganti nei loro abiti lunghi con i veli che coprono i capelli, vivono a ridosso delle baracche stendendo i panni, guardando i bambini giocare o improvvisando salottini all’aperto, su vecchi divani sdruciti recuperati chissà dove. Li raggiungiamo con l’eterogeneo gruppo di partecipanti al simposio su “Giornalisti e immigrazione”, quinta tappa di un tour in giro per il mondo organizzato dalla rete di comunicatori NetOne, dal gruppo editoriale Città Nuova e dal Movimento dei Focolari.

 

 

Originari di Daraw, i rifugiati ci accolgono con un sorriso che illumina i loro abiti laceri. Ci fanno entrare nelle loro case, ci aprono il cuore rivelandoci le loro speranze. Tutti vorrebbero scappare via. Volare in Australia, in Canada, in Svezia, in Italia. I bambini saltellano a piedi nudi o con ciabattine spaiate e scolorite tra detriti e canaletti di scolo. Prima diffidenti, poi sempre più sorridenti. Stringiamo mani, tentiamo impossibili conversazioni in italiano e arabo, scambiamo sorrisi. Mariam e Ahmed ci accolgono nella loro baracca. C’è una stanzetta spoglia con tappeti e cuscini. Poi, di seguito, la camera da letto: un tappeto sul pavimento accoglie, di notte, l’intera famiglia: madre, padre e quattro figli. Alle 15 del pomeriggio, due bambini stanno riposando. Il più piccolo, di 4 mesi e mezzo, ha appena preso la medicina. Nonostante il caldo quasi primaverile, ha mal di gola e le mosche continuano a disturbarle il suo sonno. Entriamo in cucina, poco più di uno sgabuzzino e, di seguito, senza porte né divisori, troviamo il bagno, con una vecchia lavatrice, un pezzo di specchio, una turca. Mariam ci sorride e ci prepara il caffè. La casa è piccola, di oggetti ce ne sono pochi, ma le tazzine, anche sbeccate, bastano per tutti gli ospiti: per Cristina della Colombia, Florentia dell’Argentina, Karim, l’unico che parla arabo, io e Lisa, studentessa di arabo.

 

 

Mariam e Ahmed sperano, un giorno, di poter vivere in pace. La mamma, spera che i suoi figli possano avere una buona educazione, perché, afferma, finora «sono stati vittime di sofferenza, sia qui che in Siria». Il papà sogna ancora il suo Paese. «Vorrei che in Siria la guerra finisse – ci dice commosso ‒ così potremmo tornare». Perché, voi giornalisti, siete venuti qui? Ci chiede Mariam. E Karim gli spiega in arabo che in questo modo potremo raccontare ciò che abbiamo visto, farlo conoscere ai nostri lettori, ognuno nel proprio Paese. Ma anche perché vogliamo un giornalismo vicino alle persone, che dia loro voce, che dica la verità. Mariam sorride. Il caffè è finito, siamo tutti emozionati. Ci salutiamo, stringendoci le mani. Salutiamo i bambini, le mamme, i papà. Quest’angolo sporco e polveroso di Beirut è illuminato dall’amore e dalla speranza. Una luce che nemmeno la guerra e le sofferenze spegneranno.

 

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