Quando a Praga era primavera

20 anni fa moriva Dubcek, il grande statista slovacco fautore del “socialismo dal volto umano”.
Alexander Dubcek con Vàclav Havel

Praga è una città magica, in cui tragedia e dolcezza, sangue e velluto s’alternano, quasi fanno a gara per trionfare. «Praga è un caleidoscopio: ruotatelo davanti agli occhi e si alterneranno residenze reali, luridi giacigli, giardini pensili, acque incantate, isole felici, baldacchini in malachite, gradinate verso i cieli e nere discese agli inferi. Capite? Praga è una visione, un sogno, un incanto», scrive Langer nelle Leggende praghesi (ed. e/o). Qui dolcezza: è la città in cui Mozart amava sostare e qui volle la prima del suo Don Giovanni.  Qui sangue: è la città in cui Jan Nepomuceno, un indomito sacerdote che non cedette ai voleri illeciti del re, fu torturato, incatenato e gettato dal ponte Carlo nella gelida Moldava. È la città in cui Jan Hus propugnò le sue idee di riformatore ante-Lutero, prima d’essere bruciato al rogo. Qui gli alchimisti, nel viale dorato, cercavano di tramutare pietre in metalli preziosi e i rabbini dediti alla quabbalah tentavano di creare il golem, l’uomo d’argilla a cui avrebbero dato la vita. La leggenda dice che rabbi Loew ci riuscì attorno al 1500 e, visitando la sinagoga Vecchia-Nuova, viene difficile non crederci. Qui Kafka elaborò i suoi romanzi, come sogni inquietanti, e Martin Buber tenne le prime lezioni sul dialogo come modo di andare verso l’altro.
 
Qui nella sinagoga Pinkas le pareti sono coperte dai nomi dei 77.297 uomini e donne ebrei uccisi nel lager di Terezin dalla violenza nazista. Quando finì l’incubo della Guerra mondiale, Praga fu liberata. Ma nel 1948 il comunismo prese pieno potere e la Cecoslovacchia divenne satellite dell’Urss. All’inizio transizione morbida, poi gli anni duri, le purghe staliniane e la mano pesante dei governi che seguirono.
S’era nel 1968 quando si fece primavera, con il nuovo segretario generale del partito comunista Alexander Dubcek. Egli diede subito il via ad un nuovo corso, cercando di immettere elementi di democrazia e più ampie forme di libertà in tutti i settori della società. Non voleva abbandonare il socialismo, Dubcek, ma dargli una nuova fisionomia prendendo le distanze dal modello sovietico. Per far questo aveva riunito accanto a sé un folto gruppo di politici e intellettuali riformatori. Battezzò questo nuovo corso con una espressione quanto mai felice: “Socialismo dal volto umano”. La piazza fu subito con lui. Il successo della sua nuova gestione politica fu immediato e galvanizzò la gente. Dubcek era uno di loro, del popolo.
Nato in un piccolo paese della Slovacchia, aveva lavorato come operaio, durante la guerra era stato partigiano nella  resistenza contro i nazisti, poi aveva partecipato all’insurrezione del ’44. Membro del partito comunista da quando questo era in clandestinità, aveva salito i gradini della carriera politica. Ora era il suo momento. Credeva nel socialismo, ma non accettava che fosse imposto con la forza. Quel momento di grandi speranze fu chiamato, lo sappiamo tutti, “primavera di Praga”. Durò poco, lo spazio d’un mattino, da gennaio ad agosto. Alla dolcezza fece seguito il sangue. Nella notte del 20 agosto 1968 più di 5 mila carri armati e centinaia di migliaia di soldati delle truppe del Patto di Varsavia invasero il Paese. In breve tempo fu ristabilita la “normalità” sovietica. Dubcek fu prima rimosso dal suo incarico, poi espulso dal partito comunista, quindi rispedito nella sua Slovacchia dove tornò a fare l’operaio. Nel gennaio del ’69, per protesta verso l’invasione sovietica e per scuotere le coscienze dei propri concittadini, il giovane Jan Palach in piazza Venceslao, nel bel mezzo di Praga, si cosparse il corpo di benzina e si diede fuoco con un accendino. Il volontario rogo di Jan Palach divenne un simbolo mondiale.
 
Dubcek rimase fuori dalla scena pubblica fino al 1989, quando il regime comunista fu rovesciato dalla “rivoluzione di velluto”. Dubcek fu eletto presidente della Camera e Václav Havel presidente della Repubblica. Due personaggi politici e umani d’immenso spessore.
L’Unione europea salutò il cambiamento assegnando a Dubcek il premio Sakharov per la libertà di pensiero. Insieme ad Havel lotterà contro la divisione della Cecoslovacchia, ma perderà la battaglia. Poco tempo dopo, Dubcek morirà per un incidente stradale. L’università di Bologna, nel conferirgli la laurea honoris causa, ne salutava l’onestà, la semplicità, la fiducia negli uomini, la forza nel credere alle proprie idee, l’equilibrio e l’intelligenza. Anche a noi piace ricordarlo così. Un esempio per le nuove generazioni di politici.

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