Quale legge dopo il referendum?

La gestione pubblica alla prova dei fatti. Una proposta di legge popolare giace in Parlamento dal 2007. La conferenza dei comitati per l’acqua
referendum acqua

Inutile trovare i pulmini dei grandi mezzi di informazione, anche perché non riuscirebbero ad entrare nelle strade strette dell’antico quartiere del ghetto ebraico di Roma dove si trova il centro sociale rialto sant’Ambrogio. È qui che si è tenuta il 16 giugno la conferenza stampa dei comitati spontanei risultati inaspettatamente vincitori dei referendum del 12 e 13 giugno 2011.

 

Subito appare la povertà di mezzi, segno dell’autofinanziamento con cui la campagna è stata gestita finora. E ora? Sciogliersi dopo l’obiettivo raggiunto oppure dare seguito ad un soggetto svincolato dai partiti capace di parlare alle persone a partire dai contenuti? La sfida è decisiva. Perché ci si può ritrovare maggioranza nella competizione referendaria e perdenti, in concreto, nell’applicazione di quei principi che hanno suscitato una adesione così diffusa e uniforme a livello nazionale, senza differenze tra Nord e Sud. Non sarebbe la prima volta.

 

Probabilmente questo movimento che lavora da anni sul tema dell’acqua, del nucleare e dei beni comuni troverà il

modo di promuovere un’assemblea nazionale in cui si confronteranno le varie anime che lo compongono e che hanno imparato a lavorare assieme. Nelle intenzioni dei promotori, la promozione di una nuova politica energetica, estranea al nucleare, si accompagna ad una modalità di gestione delle risorse come l’acqua che si vuole comunitaria e partecipata.  

 

Di fatto il risultato immediato del referendum sul sistema idrico integrato sta provocando, come previsto, una forte incertezza negli amministratori locali, chiamati a gestire la modalità dei contratti di affidamento del servizio. A partire dal conteggio nella tariffa, di cui si discute se debba, da subito, non considerare più quella «remunerazione del capitale investito» abrogato con il secondo quesito del referendum. E che va considerata come l’architrave del sistema che si è voluto colpire dal forum dei movimenti dell’acqua. 

La soluzione invece che sembra profilarsi, con un nuovo accordo parlamentare bipartisan, è quella della proposta di legge presentata a dicembre 2010 dal Partito democratico che trova il favore anche di chi, nella votazione referendaria, ha optato per il no o l’astensione.

 

Il movimento per l’acqua pubblica ha, al contrario, tutto l’interesse a far rimettere nel calendario dei lavori parlamentari la discussione del progetto di legge firmato da oltre 400 mila cittadini presentata nel 2007 e assegnata nel 2009 alla commissione ambiente con relatore il noto deputato Scilipoti. Da oltre due anni nessun parlamentare ha fatto pressione per porre in discussione la proposta di legge di iniziativa popolare che ha avuto un’elaborazione originale, perché è stata il frutto di un lungo confronto tra i movimenti del forum dell’acqua, che hanno trovato una sintesi comune durante un assemblea nazionale svoltasi nel 2006 nel quartiere romano del Corviale. Evidente l’intenzione, da parte dei promotori, di mostrare come un luogo di periferia e di esclusione sociale, potesse rivelarsi, invece, il luogo della partecipazione propositiva.  

 

Così l’articolo 10 del progetto del 2007 prevede, ad esempio, l’obbligo per gli enti locali di fornire «strumenti di partecipazione attiva alle decisioni sugli atti fondamentali di pianificazione, programmazione e gestione ai lavoratori del servizio idrico integrato e agli abitanti del territorio». L’intenzione evidente è quella di assicurare una gestione delle risorse che non sia preda di vecchi e nuovi clientelismi.

 

Come afferma Paolo Carsetti, giovane portavoce del Forum, l’impostazione che si vuole dare ad una diversa gestione dell’acqua pubblica poggia su tre gambe: i cittadini, i lavoratori e le amministrazioni locali. Alla radice si coglie una visione che comporta una ridistribuzione dei poteri tra società civile e politica, che non viene affatto demonizzata ma solo riconosciuta come sottomessa finora ai poteri prevalenti di carattere finanziario ed economico. Le persone si riavvicinano alla politica se si rendono conto di poter incidere nelle decisioni che contano, hanno affermato diversi portavoce dei tanti comitati locali. 

 

Il nodo che rimane da dipanare è come coprire i necessari costi di investimento che rimangono da effettuare sul sistema idrico da qui a 20 anni. Stime che vanno da 60 a 100 miliardi di euro e di cui tutti sono consapevoli. Il dialogo deve cominciare con tutti, come ha già detto Luca Martinelli del Forum acqua pubblica, a cominciare da Federutility, la federazione che riunisce le aziende di servizi pubblici locali operanti nei settori energia elettrica, gas e acqua.

 

Non è stato un voto «contro», ma «per», come più volte affermato dai promotori del referendum. Un compito assai difficile da portate avanti. Ma «ci dicevano utopici e illusi quando abbiamo cominciato», sorride Tommaso Fattori del Forum toscano. La partita comincia adesso, e l’esito non è scontato.  

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