Quale democrazia con i referendum?

Si tratta di un istituto molto serio cui si deve ricorrere con senso di responsabilità. Le considerazioni di una docente di scuola secondaria di primo grado, presidente Uciim di Trieste, "Unione cattolica italiana insegnanti, dirigenti, educatori e formatori". Continua l'analisi delle diverse posizioni relative alla consultazione sulle trivelle anche alla luce di quanto detto dal presidente della Consulta Paolo Grossi, per il quale è giusto partecipare al voto
referendum

 Il prossimo 17 aprile si terrà il referendum "anti-trivelle". L'appuntamento ci invita a riflettere non solo sul quesito proposto, ma ancora prima sull'uso che in questi ultimi decenni si sta facendo del referendum. Generalmente, indipendentemente dal tema in esame, si accoglie con favore ogni appuntamento referendario: a prescindere. Rappresenta infatti, cosi si dice, una preziosa occasione di dibattere un problema di pubblico interesse, di maturare come cittadini e di esprimere, finalmente, la propria opinione: una bella manifestazione di autentica democrazia diretta.

 

Nell'attuale clima di sfiducia nella classe politica, di disfacimento dei partiti e di affievolimento di ideologie forti, la cosa è comprensibile. Solo "comprensibile", però: non certamente corretta. Perché, tutt'altro che "trionfo della democrazia", la celebrazione di un referendum è la decretazione del suo indebolimento. Un referendum, infatti, costringendo a risposte nette, senza possibilità di mediazione, altro non è che una sorta di conta in cui vince la maggioranza, ovvero il numero. Ma questa non è democrazia: è sopraffazione, è guerra virtuale in cui si impone il più forte. Forse nel tempo abbiamo scordato che la democrazia è tutt'altro che la vittoria della maggioranza: è un lento, faticoso ma anche delicatissimo, raffinato ed entusiasmante processo in cui, a seguito di discussioni, dibattiti, argomentazioni, si giunge ad una soluzione condivisa. Questa è "democrazia", questa è "politica". Il suo cuore è sempre stato e dovrebbe essere ancora la discussione, l'agorà, non lo psephos, il sassolino che i Greci usavano per esprimere il loro voto. Ascolto, dibattito, riflessione e soprattutto mediazione: questi sono gli elementi costitutivi di una democrazia, tutte cose che nel referendum non sono possibili.

 

È inoltre evidente che giungere ad un referendum significa sancire uno scollamento tra i cittadini e i loro rappresentanti: deve essere successo qualcosa di ben grave se gli elettori sentono il dovere di cambiare in prima persona ciò che hanno deciso i rappresentanti che loro stessi hanno eletto. Altro che celebrazione della democrazia, un referendum rappresenta un momento molto triste per la credibilità delle sue istituzioni.

 

Ancora: è davvero irresponsabile scaricare sui cittadini questioni delicate, in parte etiche e in parte tecniche di cui non possono conoscere a fondo dettagli e soprattutto ricadute. E le semplificazioni che ci vengono proposte nei frettolosi dibattiti pre-referendum sono spesso demagogiche. Per rendercene conto basta che pensiamo al nostro lavoro: solo noi, che ne siamo addentro, ne comprendiamo i delicati equilibri. Chi, da esterno, pretende di dettare soluzioni non fa che combinare guai cui, tra l'altro, toccherà a noi provvedere. Vogliamo tutti improvvisarci tecnici, economisti, ingegneri, biologi, politici?

 

Si controbatte che, al di là di tutto, comunque questi appuntamenti sono positivi perché promuovono discussioni e prese di coscienza. Ma siamo davvero ridotti così male? Per interessarci di un problema che riguarda la nostra collettività dobbiamo essere "interrogati"? Occorre indire un referendum per farci pensare?

 

Se poi è vero, e lo è, che ogni euro speso per la buona politica è speso bene, è anche vero che ogni referendum comporta non piccoli esborsi e dispendio di tempo ed energie che inevitabilmente vengono sottratte ad altro. Per non parlare delle giornate di scuola che ogni consultazione fa perdere nell'indifferenza generale (e non sono poche ore, in barba alla tanto sbandierata attenzione all'"emergenza educativa").

 

Quello del referendum è un istituto molto serio, per così dire estremo. Va proposto solo in occasioni decisive per il bene comune ma soprattutto non va snaturato in una sorta di strumento pedagogico di educazione civica o, peggio, utilizzato per ridurre la democrazia a una conta.

 

Per concludere una sottolineatura spesso sottaciuta ma invece molto importante: la nostra Costituzione non solo contempla il caso di cittadini contrari all'utilizzo del referendum, ma addirittura si adopera affinché essi possano esprimere pubblicamente il loro dissenso e farlo pesare. Diversamente dal voto elettorale, che costituisce un diritto-dovere, nella nostra Carta è infatti stato appositamente previsto per il referendum, e solo per esso, il non-voto, considerato a tutti gli effetti scelta lecita, etica, rispettabile ed eloquente.

 

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