Problemi di leadership

A proposito delle “Sette tesi per avere un futuro”

Le sette tesi di Antonio Maria Baggio esprimono in modo logico alcune verità, direi ovvietà per chi come me vede dall’estero la realtà italiana, a contatto più con la percezione internazionale del nostro Paese che con “informazione politica di massa in Italia”. Non mi sembrano tesi né di destra né di sinistra ma, appunto, logiche, conformi a ragione.

 

Vorrei sottolineare tre aspetti sviluppati da Baggio:

 

 

Primo punto

 

– “Chi svolge un ruolo pubblico deve per forza di cose rinunciare ad aspetti importanti di riservatezza quanto alla sua vita privata, perché è impossibile scindere del tutto quest’ultima dalla vita pubblica.”

 

Ognuno di noi proietta luce o ombra, più spesso un mix dei due[1]. Più si è in alto, più la luce e l’ombra che si proiettano sono grandi, in particolare quando si occupano posizioni di potere, tanto più quando si è al vertice dell’amministrazione di un intero Stato. Chi è all’apice, lo voglia o meno, diventa un modello a motivo della sola posizione che occupa. Esercita un’enorme capacità di influenza attraverso tutto quello che dice e che fa, sia nella sfera pubblica sa nella sfera privata. Ogni incoerenza tra quello che dice e quello che fa, tra atteggiamenti privati e pubblici, ogni “verosimiglianza”, come indica Baggio, di comportamenti inaccettabili, proietta un livello d’ombra che può mettere in difficoltà l’intera nazione che governa. Anche se si tratta solo di fatti privati e anche se questi fatti sono solo verosimili e non dimostrati. È come il concetto di conflitto di interesse, che è una situazione in cui una persona ha un interesse privato o personale tale da apparire in grado di influenzare l’esercizio imparziale dei suoi doveri di funzionario, impiegato, o professionista[2]. Vale l’apparire, non il fatto che il conflitto esista o meno.

 

Un leader che proietta più ombra che luce perde quella che è a mio parere l’essenza stessa della leadership: la credibilità[3]. La credibilità è la risultante della competenza, cioè la capacità provata di gestire e produrre risultati nella propria sfera d’azione, e dell’onestà, che ha a che vedere con l’intenzione che ci motiva, e, ancora una volta, con l’impressione che creiamo negli altri rispetto alla nostra intenzione.

 

 

Secondo punto

 

La questione della credibilità ci porta al secondo punto che vorrei sottolineare nell’analisi di Baggio, legata alla centralità di Berlusconi nel dibattito politico:

– “Una parte preponderante dell’informazione politica di massa (televisiva) in Italia viene costantemente occupata da problemi che riguardano la persona del Presidente del Consiglio e le sue aziende, distogliendo da altri problemi particolarmente importanti per il Paese e sui quali l’opinione pubblica non viene – da alcune delle principali fonti di informazione – convenientemente informata e sollecitata.”

 

Viviamo nel mezzo di una serissima crisi del debito sovrano, che ha toccato vari stati europei con conseguenze gravi e che potrebbe coinvolgere l’Italia. I sollevamenti popolari in Nordafrica aggiungono elementi drammatici d’incertezza a questa crisi (per esempio sul corso del petrolio e delle altre materie prime) e ne rendono l’evoluzione ancor più imprevedibile.

 

Con quale credibilità può Berlusconi chiedere a noi concittadini le lacrime e sangue che, per esempio, il Premier britannico David Cameron sta chiedendo ai suoi per risanare le finanze pubbliche – ed evitare di sprofondare nel baratro della crisi del debito sovrano? Quale esempio di sobrietà e di rigore proietta, con la sua vita pubblica – per esempio gli attacchi a organi costituzionali, semplicemente inconcepibili da parte del capo del governo nelle altre democrazie occidentali – e privata, indipendentemente dalla rilevanza penale dei suoi atti?

 

D’altra parte, qual è la credibilità delle opposizioni in Italia, senza una leadership condivisa, senza un programma visibile che non sia l’avversione alla persona del Presidente del Consiglio? Prigioniere della loro incapacità di “archiviare” Berlusconi”[4], quanto dovremo aspettare perché ricomincino a parlare di politica e di idee?

 

Cosa ne sappiamo noi cittadini di proposte, dal governo o dalle opposizioni, di un piano per il rilancio industriale dell’Italia, di proposte per tenere a galla il Paese in perdita vertiginosa di competitività nel mondo globalizzato?

 

 

Terzo punto

 

– “Di fronte alla generale “individualizzazione” della leadership politica, la società civile dovrebbe sviluppare sempre più risorse proprie di carattere autonomo dalle istituzioni.”

 

C’è bisogno di leadership diffusa, una leadership “ben distribuita”a tutti i livelli della società[5]. Dovremmo abituarci a considerare la leadership non come una posizione formale di potere, ma come una scelta, come la decisione di prendere in mano il proprio destino personale e di esercitare un’influenza attorno a noi. Abbiamo davanti agli occhi esempi di questo tipo di leadership sull’altra sponda del Mediterraneo, persone che scendono in piazza, fanno sentire la propria voce, persone di cui non conosciamo il nome e il volto e che esercitano una vera leadership, anche a prezzo della vita.

 

Se il nostro ceto politico sembra in gran parte preoccupato della persona del Presidente del Consiglio, o della propria sopravvivenza; se sembra a volte più preoccupato di captare da che parte tira il vento[6] che di imprimere una direzione al Paese nel senso di una visione e di un progetto chiaro, allora forse è il momento di far cambiare la direzione del vento.

 

 

 

* Docente di “Leadership etica” – IUS, Loppiano

(Bruxelles, 27 febbraio 2011)

 



[1] Craig E. Johnson, Meeting the Ethical Challenges of Leadership: Casting Light or Shadow, Sage, Los Angeles, 2009.

[2] Chris MacDonald, Michael McDonald, and Wayne Norman, “Charitable Conflicts of Interest”, Journal of Business Ethics 39:1-2, 67-74, agosto 2002, p.68.

[3] Stephen M. R. Covey, The Speed of Trust: The One Thing That Changes Everything, Free Press, New York, 2006.

[4] Luca Ricolfi, Il primato della cornice, La Stampa, 24 febbraio 2011, p. 1.

[5] Robert B. Denhardt, In the Shadow of Organization, University Press of Knansas, Lawrence, 1981, p. ix-xi.

[6] Arianna Huffington, The year of hope 2.0, in The Economist, The World in 2011, p. 62: “If America’s politicians continue to “lead” by sticking a finger in the wind to see which way it’s blowing before deciding what to do, hope 2.0 is about changing the direction of the wind (by a movement demanding fundamental change)”

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