Populismi e democrazia diretta

Un tentativo di lettura della neo-lingua populista, in un Paese che è un vero e proprio laboratorio politico a livello internazionale

Perché la crisi del 2008 ha fatto entrare i populismi nelle nostre esistenze? Una crisi tanto dura da rievocare la Grande Depressione degli Anni Trenta del Novecento. Negli USA trenta milioni di persone hanno perso la casa. In Italia interi distretti industriali sono scomparsi.

Da qui è iniziato il rancore unitamente alla rabbia di chi non ha più nulla da perdere o di chi cerca di difendere quanto gli è rimasto, come i ceti medi impoveriti. Poi arriva la paura di chi non comprende cosa stia accadendo.

È l’angosciosa solitudine degli esclusi. La politica ha risposto con un assordante silenzio a questa paura, talvolta irrazionale quantunque reale. Sentendosi dimenticati, tanti hanno perso fiducia verso i partiti dai quali si sentivano rappresentati in passato. A questo proposito è assai grave la costante crescita del partito del non voto, per ovvi motivi spesso sottaciuta dai poteri.

E così gli elettori si sono rivolti a forze anti-establisment che hanno saputo dare risposte facili a problemi complessi. I populismi non sono mostri apparsi all’improvviso dal buio della Storia, bensì la conseguenza di un deficit di rappresentanza di ampi strati sociali dimenticati che si sono vendicati nelle urne.

Celebre è l’espressione di Ralf Dahrendorf: «Il populismo è semplice, la democrazia è complessa». La democrazia liberale, avendo come dimenticato il suo ideale fondante, che «la sovranità appartiene al popolo» (Costituzione italiana, art. 1), ha finito col favorire tendenze oligarchiche (potere effettivo concentrato nelle mani di poche persone).

Così è come se fosse entrato in scena – per dirla con Benjamin Arditi, politologo paraguayano – un «invitato incomodo», un «ubriaco» fastidioso, ma che dice qualche verità. Lo spazio politico viene diviso in due, alto e basso, le élite e il popolo puro. Si affermano tendenze contro le élite con pulsioni anti pluraliste, soprattutto contro i corpi intermedi, al seguito di qualche leader carismatico. Il populismo si presenta quindi come iper-politica, piuttosto che come anti-politica o a-politica. Per Ernesto Laclau è la forma che la politica assume nell’epoca in cui si presenta come assenza di essa.

Dobbiamo, dunque, comprendere la neo-lingua populista: dalla retorica del nuovo a quella del cambiamento, dalla costruzione del mito del popolo a quella del nemico, fino ai “sogni” della rivoluzione digitale e della democrazia diretta.

L’utopia di una società orizzontale, trasparente e senza gerarchie è tornata alla ribalta, complice l’impatto destabilizzante di Internet sul nostro modo di comunicare e di valutare l’operato della classe dirigente. Miti di oggi: Popolo, Autenticità, Tecnologia, Disintermediazione, Democrazia diretta. Massimiliano Panarari (in Uno non vale uno, Marsilio 2018), chiarendo le radici del presunto «primato della gente» – che sta scuotendo le fondamenta della democrazia rappresentativa –, offre anche una chiave di lettura per capire la galassia populista internazionale con Donald Trump e soprattutto quella italiana: dagli esordi della Lega Nord al «berlusconismo», dalle prime forme del populismo di governo, fino al «contratto» del governo giallo-verde.

Rimangono per noi le domande fondamentali: «La democrazia diretta è un sistema realmente democratico? La politica deve parlare al popolo o come il popolo? E poi, di cosa parliamo quando parliamo di popolo? Se davvero la cosiddetta “gente comune” potesse esercitare pienamente il potere, tutto andrebbe per il meglio?»

L’Italia è sempre stata un laboratorio a livello internazionale. Rabbia, rancore, paura e silenzio della politica, spesso corrotta dalle lobby. Così il populismo s’è fatto strada. Non ci resta che osservare la realtà dei fatti per una valutazione globale del processo politico avviato, mentre si ricompongono le alternative di centrosinistra e di centrodestra.

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