Il popolo delle 3 “p”

Papa Francesco festeggia i 50 anni della Comunità di Sant' Egidio. Ricorda i capisaldi del loro carisma e insiste per superare insieme le paure nell’era della globalizzazione con la missione di valicare i confini e unire il mondo

Erano gli anni delle rivolte, delle contestazioni giovanili alle strutture fondamentali della società, alla famiglia, alla Chiesa, alla scuola, alle forze armate, alle istituzioni in genere. Nascevano in ambito borghese o piccolo borghese e portarono al ’68. Anni di fermenti anche in ambito cattolico del post Concilio vaticano II. Da una costola di Cl e dall’intuizione che le vere rivoluzioni nascono dal cuore dell’allora liceale Andrea Riccardi nasceva nel febbraio del 1968 la Comunità di Sant’Egidio che prende il nome dall’omonima prima chiesa della Comunità.

In occasione del 50° anniversario di fondazione papa Francesco si è recato nella basilica di Santa Maria in Trastevere per rimarcare la sua amicizia e apprezzamento per questo nuovo carisma della Chiesa che ha definito, già dal 2014, delle 3 “p”: preghiera, poveri, pace. Con una formula che ben esprime che la fonte dell’amore sgorga dall’alto, si rivolge agli umili e cementa le relazioni sia nel glocal che nel globale. Nell’infinitamente piccolo, nella «pazienza di una missione quotidiana nella città e nel mondo» c’è già il germe di una dimensione universale come «segno di unità del genere umano, tra popoli, famiglie, culture».

Da Roma al mondo dove si è diffusa la Comunità di Sant’Egidio in 70 Paesi per portare il Vangelo nelle periferie e affrontare le sfide di oggi tra i poveri di ogni condizione: senza dimora, anziani soli, bambini di strada in Africa e in America Latina, minori che crescono alle Scuole della Pace, fino ai programmi per la cura dell’Aids e la registrazione anagrafica con i progetti Dream e Bravo, dal dialogo interreligioso secondo lo “spirito di Assisi” al lavoro per la pace, dopo quella ottenuta il 4 ottobre 1992 per il Mozambico, fine di una guerra civile che aveva fatto un milione di morti e, ultima iniziativa nata,  i “corridoi umanitari”.

Un mondo ‒ ricorda il papa nel suo intervento ‒ «spesso abitato dalla paura – anche dalla rabbia, diceva il professor Riccardi, che è sorella della paura». Paura antica, primordiale, atavica, oggi amplificata dalle vaste dimensioni della globalizzazione. «E le paure ‒ continua il papa ‒ si concentrano spesso su chi è straniero, diverso da noi, povero, come se fosse un nemico». Con l’illusione di poter difendere la propria identità creando nuovi muri, fili spinati, in una città arroccata che si spegne come una candela dentro una campana di vetro. Fenomeno vasto tanto che «l’atmosfera di paura può contagiare anche i cristiani». Paura che si amplifica nella solitudine e si supera in un cammino collettivo come quello proposto da Sant’Egidio, «insieme con la Chiesa», dove il viaggio verso la santità è di un popolo che si basa sulla liberante Parola di Dio. «Per questo ‒ continua il papa ‒ vi esorto ad amare e frequentare sempre più la Bibbia. Ognuno troverà in essa la sorgente della misericordia verso i poveri, i feriti della vita e della guerra».

Il papa propone insomma la spiritualità che viene dal Concilio: comunitaria, con una attenta compassione per il mondo, per globalizzare la solidarietà, comunicando il Vangelo attraverso l’amicizia personale. «Il futuro del mondo globale è vivere insieme: questo ideale richiede l’impegno di costruire ponti, tenere aperto il dialogo, continuare a incontrarsi». «È la missione di valicare i confini e i muri per riunire».

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