Quando tutto poggia sulla costruzione dei rapporti

Quasi 30 anni al servizio dei giovani e universitari, proiettato nel futuro, carico di speranze. Passo dopo passo, seme dopo seme, la metodologia di un cammino costruito assieme alle esperienze e presenze più diverse nella diocesi di Porto (Portogallo) e a livello nazionale e internazionale. La metodologia della comunione, del dialogo, dove la qualità dei rapporti non viene lasciata al caso ma è considerata come il fondamento di tutto ciò che si costruisce. La forza d’animo e di volontà vengono sostituite dalla forza dell’amore, dalla forza dell’unità. Don António Bacelar, dal 2014 responsabile dei sacerdoti e diaconi focolarini nel mondo, si racconta con la freschezza dei giorni passati tra le vie della sua Porto (e non solo), dove ha saputo mettere in atto uno stile pastorale di notevole attualità e fecondità. Focus del racconto è l’interazione tra dimensione carismatica ed espressioni istituzionali della vita ecclesiale, dove il dialogo cercato con tutti ha mostrato le sue enormi potenzialità e la sua ricchezza.
900 giovani dei Focolari del Cono Sud

Pochi anni dopo l’ordinazione sacerdotale (ormai oltre 30 anni fa!) il vescovo mi ha affidato un servizio diocesano. Si trattava di dar inizio alla “Pastorale universitaria” nella città e nella diocesi di Porto, con più di 2 milioni e 300 mila abitanti e circa 500 parrocchie. Per un tale compito la via poteva essere solo la comunione, come per qualsiasi altro servizio pastorale: comunione innanzitutto con il vescovo – lui stesso mi diceva: «Tu non sai come fare, io nemmeno, ma insieme scopriremo la strada…» –; comunione come servizio fondamentale ai cristiani (studenti e docenti) presenti in quegli ambienti, ma comunione anche, e soprattutto, tra quanti di diverse congregazioni, movimenti, as-
sociazioni operavano già in questo ambito. In questa dimensione, cerco di  condividere qui qualcosa dell’esperienza che, non tanto io, ma la grazia di Dio – tramite l’immenso dono della spiritualità dell’unità – mi ha fatto fare. La spiritualità dell’unità mi ha innanzitutto aiutato a trovare un metodo. Benché sin dall’inizio sembrava urgente potersi ritrovare con tutti, ho capito che quell’urgenza non poteva “calpestare” i rapporti, ovvero: che non c’è autentico incontro senza costruzione dei rapporti. Prima ancora dell’incontro generale, che ha dato, poi, nome e corpo al “Consiglio Diocesano della Pastorale Universitaria”, ho ritenuto che non fosse uno “spreco di tempo” andare a trovare ogni singolo rappresentante, e nei modi più adeguati: sia condividendo un pasto sia visitandolo. Ed è valsa la pena: quando, dopo tutto quel percorso, durato qualche mese, ho invitato tutti all’incontro generale, quella lettera non è stata ricevuta come qualcosa che arriva “dall’alto” o da un “potere”, ma da un fratello. Forse anche per questo nessuno dei circa cinquanta invitati è mancato a quell’appuntamento che ha dato il tono a questi trent’anni di attività.

«Insieme
nell’Uni(di)versità» 

Contenuto di quei rapporti che ho cercato di stabilire era principalmente la conoscenza reciproca: senza giudizi né “pregiudizi”, cercando sempre di accogliere il diverso per poterlo promuovere più che tollerare. E si trattava di realtà tanto diverse, come quelle animate dai Gesuiti, dall’Opus Dei, dai Domenicani e successivamente anche dai Francescani, dalle Suore Dorotee e da altre Congregazioni femminili che gestivano residenze per studentesse, da Congregazioni di recente fondazione, come la Fraternità Missionaria Verbum Dei, e movimenti, come le Équipes Jeunes de Notre Dame, gli Scout, gli studenti di Azione Cattolica, ecc.

Col passare degli anni questa attenzione a rapportarsi tra tutti si è tanto sviluppata. Dagli incontri più “istituzionali”, si è passati alla gioia di collaborazioni più spontanee, al rispondere al bisogno l’uno dell’altro, alla semplice condivisione di gioie e dolori o al semplice scambio di notizie, via posta elettronica. È stato, allora, quasi inevitabile che un tale clima ispirasse non solo iniziative comuni, ma anche l’idea stessa di cosa potesse essere il servizio di Pastorale universitaria prendendo la comunione come principio ispiratore.

Juntos na Uni(di)versidade (“Insieme nell’Uni(di)versità”) ha dato il nome ai primi incontri di cristiani (non solo studenti, ma anche professori) nelle decine di Facoltà delle varie Università presenti a Porto. Quel “titolo” è diventato anche un motto per ogni inizio dell’anno accademico e per tante altre iniziative. Ricordo che, alla fine di una delle notti in cui riunivamo quasi un migliaio di universitari, il responsabile del Centro animato dai Gesuiti ringraziandomi diceva: «Né voi senza di noi né noi senza di voi l’avremmo potuto fare. Già solo per la comunione che abbiamo vissuto tra noi, ne è valsa la pena!».

Apertura a quanto
lo Spirito opera oggi nella Chiesa

Questa circolazione e condivisione di esperienze e carismi ha permesso una più profonda e naturale apertura a quanto lo Spirito Santo ispira oggi nella Chiesa. Ricordo ancora il primo gruppo di universitari che, come servizio diocesano, abbiamo portato a Taizé per la Pasqua dell’ormai lontano ’92. Sbloccata così una certa diffidenza, si sono susseguiti altri e numerosi gruppi, e non solo a Taizé ma anche a Loppiano (Firenze), dove abbiamo potuto vivere diverse volte la Pasqua. E si sono potute, pure, illuminare tradizioni che negli anni ’90 non erano così vive quanto oggi, come i pellegrinaggi a piedi a Santiago di Compostela.

Facevamo così l’esperienza di un’apertura reciproca e di una vera comunione tra la dimensione diocesana-istituzionale e quella carismatica della Chiesa. Un fatto che si è verificato anche quando, nel 2008, col vescovo arrivato da poco in diocesi, abbiamo incominciato a preparare, assieme a tutti gli uffici diocesani, un’originale e vivace “missione diocesana” da svolgere nel 2010. Fu lo stesso vescovo a proporre di invitare il Complesso Gen Verde e anche la Comunità di Taizé, coinvolgendo migliaia di giovani sia nella preparazione sia negli eventi collegati: uno spettacolo, una Messa trasmessa in rete nazionale, un incontro iberico con la presenza del nuovo priore, fr. Alois, e quasi tremila giovani.

Oltre la diocesi
e a livello europeo

Questa comunione, visibile, ha incominciato ad attirare l’attenzione di altre diocesi e uffici pastorali che hanno voluto conoscere la nostra esperienza e se ne sono lasciati in qualche modo ispirare. Attorno al 2000, dagli incontri dei diversi organismi diocesani di tutto il Paese è nato un servizio nazionale per la Pastorale universitaria di cui la Conferenza Espiscopale mi ha nominato assistente. In quel contesto, abbiamo potuto far dono della realtà vissuta negli anni precedenti e pian piano la comunione è stata accolta come esperienza fondante di ogni servizio pastorale e risolutiva nelle diverse trasversalità: tra studenti e docenti, tra appartenenze ecclesiali diverse, tra percorsi e visioni assai divergenti di pastorale universitaria, nel rapporto con la pastorale giovanile e la pastorale della cultura…

Un’esperienza simile l’ho potuta fare anche dal 2002 in poi, quando la Conferenza Episcopale mi ha chiesto di rappresentare il Portogallo in un organismo di pastorale universitaria a livello europeo, per ben dieci anni.

Non è stato sempre facile questo percorso soprattutto per le differenti sensibilità ed esperienze tra nord e sud, est e ovest dell’Europa, per un certo centralismo accentuato, per la difficoltà di accoglienza della realtà dei carismi. La presenza, spesso, di altri che condividevano la spiritualità dell’unità, sia come delegati nazionali sia della Santa Sede, mi ha dato la forza di non mollare e di credere che l’unità era possibile. A un certo punto mi è toccato il compito di organizzare, a Porto, l’incontro annuale di questo organismo europeo.

C’era tanta diffidenza sul percorso fatto e da fare e provavo un certo senso di impotenza. Ho capito allora che non spettava a me fare l’unità, ma che bastava fare in modo che Gesù la facesse fra noi che ci impegnavamo a ricevere i partecipanti. Abbiamo preparato nel migliore modo possibile ogni dettaglio: dal programma culturale alla segreteria dell’incontro; dalle celebrazioni alle traduzioni (in altre occasioni spesso poco curate). Si capiva come la diversità fosse una ricchezza non solo da tollerare ma da promuovere.

Per esempio, c’era chi alla fine sognava di poter andare a Fatima e fermarvisi anche il giorno seguente; chi, invece, doveva tornare lo stesso giorno; chi non voleva nemmeno sentire parlare di Fatima. E la soluzione? Con un po’ di sforzo – e l’intervento della Provvidenza – è stato possibile mettere in piedi tre programmi diversi, un fatto che ha molto colpito i partecipanti.

Parrocchia e carismi

Per otto anni ho avuto la grazia di fare anche il parroco. «Fare della Chiesa casa e scuola di comunione» era il mio motto per quella situazione. Appena arrivato, ebbi un incontro con una comunità di religiose che volevano andare via dalla parrocchia. Pochi giorni dopo mi hanno fatto sapere di averci ripensato e di voler rimanere. Un’altra comunità religiosa aveva bisogno di fare grossi lavori in casa e non aveva dove andare: è stato possibile mettere a loro disposizione un appartamento libero del Centro parrocchiale, così come era stato usato in identiche circostanze da un’altra comunità del posto.

Intanto sono arrivate nuove associazioni, suscitando, non di rado, diffidenze e giudizi, come è avvenuto nei confronti di una comunità femminile, gli “Arautos do Evangelho”. Pian piano si è creata una tale armonia anche con loro che, quando, perché in crescita, hanno dovuto cercare una casa più grande, e probabilmente fuori dal territorio della parrocchia, hanno rimandato il più possibile la loro partenza dicendo che difficilmente avrebbero trovato una parrocchia dove si erano sentite così accolte e comprese. Alcuni parrocchiani si sono impegnati ad aiutarle nella ricerca della nuova sistemazione.

Partendo da questi rapporti, che continuano tuttora, si sono messe le basi per un Consiglio pastorale, vero spazio della comunione tra tutti.

«Rio in Douro»: un’esperienza di pastorale giovanile

Quando ho chiesto al vescovo di allora, oggi Patriarca di Lisbona,  di diminuire i mei incarichi, soprattutto perché mi lasciavano poco tempo per le persone, sia in parrocchia sia nella Pastorale universitaria, egli mi ha proposto di lasciare la parrocchia, ma mi ha chiesto, allo stesso tempo, di assumere la Pastorale giovanile, come un secondo compito diocesano, con uno specifico “mandato”: «Con la spiritualità che hai e vivi, puoi e devi dare un contributo decisivo per smetterla con l’eresia della spaccatura tra “diocesani” e “religiosi”» (precisando, da bravo accademico e professore di storia, che la distinzione corretta, per quanto riguarda soprattutto il clero, doveva essere tra “secolari” e “regolari” essendo in diocesi tutti “diocesani”!).

Tante le esperienze che riporto molto sinteticamente: come quella della preparazione di Rio in Douro (il nome del fiume di Porto) in alternativa a Rio de Janeiro e alla Giornata mondiale della Gioventù che vi si è svolta nel 2013. Intuendo che la maggioranza dei giovani non sarebbe riuscita ad andare in Brasile, coi responsabili dei movimenti giovanili ci siamo resi conto di dover offrire loro, insieme, un’esperienza alternativa. La bellezza del “risultato” – più di 2.000 giovani convenuti per due giorni con momenti toccanti di festa, di celebrazioni, di riconciliazione… – è stata data sopratutto dal percorso fatto tra tutti gli organizzatori per quasi un anno. Qualcuno, a pochi giorni dall’evento, diceva: «Anche se non riuscissimo a fare niente con i giovani, ne valeva la pena già solo per il cammino che abbiamo fatto insieme!». Quello che è emerso, era un’unità trasversale dove, per esempio, non riuscivo più a vedere i movimenti come “collaboratori” della Pastorale giovanile diocesana ma veri partner, parte, membra dello stesso corpo.

La fecondità
delle difficoltà

Rileggendo quanto ho condiviso, mi accorgo del pericolo di due illusioni: quella dell’assenza di dolori, difficoltà e addirittura divisioni, e quella di attribuire tutto troppo a me, come se non fossi parte di un corpo.

Non è quasi mai mancato, infatti, il dolore o almeno la fatica nella costruzione della comunione sia come base di quanto ho raccontato, sia sotto forma di esperienze di fallimento senza frutti apparenti. Scelgo due piccole esperienze.

Nella “missione diocesana” del 2010 spettava a noi della Pastorale universitaria assicurare, nello spazio di pochi mesi, una buona parte dell’organizzazione dell’incontro ibe-
rico di Taizé, la preparazione di tutta una notte con un migliaio di universitari e tutto quello che riguardava la presenza del Complesso Gen Verde tra noi.

Era quasi inevitabile qualche tensione, ma quello che mi ha fatto più patire è stato accorgermi che alcuni lavoravano per Taizé e altri per il Gen Verde come se frère Roger e Chiara Lubich fossero rivali. Confesso che a un certo punto non sapevo più come reagire a certe battute, a volte spiacevoli, nei confronti dei Focolari, specialmente di una collaboratrice tanto impegnata con Taizé. Grazie però alla forza della comunione abbiamo avuto la luce di non smettere mai di amare quella nostra amica, posponendo altri lavori per aiutarla, rispondendo subito a ogni sua richiesta, interessandoci veramente di lei. È stata grande la gioia quando, trascorsi pochi mesi, mi sono reso conto che la voice-off per lo spettacolo del Gen Verde, nella sala più grande della città, era proprio di quella nostra amica che, circondata da tanto amore concreto, ha lavorato molto per il Gen Verde, con la stessa dedizione come per gli eventi di Taizé, così come avevamo cercato di fare noi nei suoi confronti.

Anche l’inizio del mio servizio nella Pastorale giovanile è stato segnato da una situazione dolorosa. Avevamo invitato per il primo evento, la presentazione del progetto dell’anno, tutti quelli con cui volevamo costruirlo. Fu una bella serata, pur con aspetti da correggere, ma nessuno si sarebbe aspettato le critiche dure da parte del responsabile di uno dei movimenti, finite addirittura sulle reti sociali. Non mancava, soprattutto nei giovani, la voglia di rispondere con i medesimi modi e mezzi. Ma presto mi son ricordato di quanto il vescovo mi aveva chiesto e ho cercato il contatto personale con quel fratello. Ringraziandolo per le sue considerazioni, gli ho chiesto di poter contare ancora su di lui, ma con l’unica condizione di un “prima di tutto”: l’amore fraterno. Attraversata così la piaga di quel dolore, è diventato uno dei migliori e più competenti collaboratori – ha appena concluso un dottorato in pastorale giovanile –, e ne è nato un rapporto tale che, tra le altre cose, la sua Congregazione mi ha invitato a predicare gli esercizi spirituali per tutti i suoi membri.

Altro aspetto con cui completare questa esperienza di oltre 25 anni è quello della comunione e dell’unità con la comunità locale del Movimento dei Focolari senza la quale niente di tutto questo sarebbe stato possibile. La presenza lungo questi anni di tante persone impegnate in una vita profondamente evangelica, nei diversi organismi, dal Consiglio pastorale diocesano a quelli più specifici della Pastorale universitaria e giovanile, dall’assemblea dei movimenti ecclesiali a tutto quello che si è sviluppato pian piano con “Insieme per l’Europa”, ha creato come un’onda, uno stile, una cultura veramente ecclesiale da cui difficilmente si può tornare indietro e che  è una base sicura per passare anche a tutti gli altri dialoghi, a cominciare da quello ecumenico.

António Bacelar

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