Picasso dialoga con El Greco

60 lavori dei due grandi al Kunstmuseum di Basilea. Il pittore greco in un colloquio ininterrotto con l’artista di Malaga.
Foto di Mario Dal Bello

Vicini, più di quanto si pensi. E rivoluzionari entrambi. Senza veri discepoli. Imitati, ma in verità inimitabili. Troppo originali, troppo liberi. Ma con una disciplina sottintesa di ferro, per cui potevano variare come volevano. Picasso disegnava come un Raffaello, El Greco rivaleggiava con Michelangelo.

Eccoli riuniti nelle sale del Kunstmmuseum di Basilea in Svizzera, architettura imponente e glaciale, precisa, sa di prigione di lusso. L’interno risplende di una collezione d’arte favolosa: basti pensare soltanto al celebre e terribile Cristo nel sepolcro di Holbein, la barba drizzata, le mani marce, gli occhi sbarrati o alle tele impazzite, visionarie di Kandiskij.

Picasso ha dialogato col Greco tutta la vita, fino all’estrema vecchiaia, quando è morto nel 1973. La rassegna mette l’uno accanto all’altro i lavori dei due, e sono capolavori di assoluta originalità. Spicca il Ritratto di vecchio del Greco (New York, Metropolitan Museum): un autoritratto di vecchio folle, gli occhi infuocati di chi ha visto tutto e si avvicina a vedere ancora di più. Accanto, Picasso nel 1901, “periodo blu”, testa massiccia, barba rossa, corpo tozzo, occhi neri di un fuoco indomabile.

Foto di Mario dal Bello

Poi, le donne. La Signora in pelliccia del Greco (Glasgow) dall’occhio scuro brillante come una Carmen e Mme Canals (Barcellona), superba spagnola pallida e seduttiva nella sua distanza.

La Resurrezione del Prado vede un Cristo forte e longilineo, gli occhi implacabili tra le guardie sconvolte in colori irreali, la Crocifissione di Picasso a Parigi è un ingorgo di forme, linee spezzate e annodate, un urlo di colori spiazzanti.

Ci sono momenti di poesia. Il San Martino a cavallo (da Washington, 1597-99), giovane biondo in armatura scintillante a colloquio con il Giovane che tiene un cavallo di Picasso del 1906 (a Baltimora), un dipinto disegnato con una eleganza astratta che manifesta la dolcezza di Pablo ben oltre la ruvidezza del carattere e la torsione di certe opere. Una dolcezza che negli Arlecchini è di umanissima affettuosità.

Ma in tutta la rassegna dolcezze e asprezze, surrealismo e astrazione, corpi e sentimenti, si alternano e conversano unendosi con quella vocazione all’astrazione tipica dei due, ad una dimensione “altra” – qualunque essa sia – che oltrepassa l’apparenza tanto da distruggerla. Essa è forse il legame più autentico fra i due geni dell’arte.

Fino al 25/9.

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