Perché le cose non ci parlano più (o non ci parlano ancora)

Durante una breve vacanza in una valle alpina, poiché mi ero alzato molto presto, sbirciavo le prime notizie alla televisione: solite beghe, solite parole, solite immagini, che facevano venire voglia di sbirciare, appunto, non di guardare. Accanto al televisore la finestrina trapezoidale della mansarda inquadrava la grande abetaia della montagna di fronte. Il verde cupo notturno si scioglieva lentamente in ombre dense e trasparenze, presentimenti di luce. Alle cinque e mezzo stava per sorgere il sole giù all’imboccatura della valle, e le cime e i profili degli alberi, così familiari eppure solenni, si preparavano, visibilmente, all’incontro con la luce; gradatamente, senza fretta o ansia, mentre era incominciato da un po’ il canto di pettirossi e passeri e fringuelli, densamente contrappuntato dal silenzio, e pareva insieme una quieta domanda e una, persuasa, risposta. Dallo sbirciare passavo al guardare e all’ascoltare, infatti spensi istintivamente il televisore. Mentre i primi raggi accendevano appena il verde, e il cielo virava allo zaffiro, pensai che san Francesco non aveva fatto alcuno scoop letterario contemplando il sole: contemplandolo, che è più di guardare e molto più che sbirciare. Disse: de te, Altissimu, porta significatione. E lo disse, lui che davvero non era un intellettuale (nel senso ideologico) e non faceva studi teologici, del tutto naturalmente, perché in lui il naturale toccava senza sforzo il soprannaturale come l’onda la battigia. Lo disse cinquant’anni prima, all’incirca, che un grande vero intellettuale (non nel senso ideologico), san Bonaventura, francescano, mettesse in filosofia quel suo sguardo, dicendo che l’anima, purificata dal falso vedere e sentire e pensare, nelle cose vede ciò che appaiono e simultaneamente e inseparabilmente ciò che dicono, ciò che significano: con una meravigliosa parola denominò questo vedere in profondo contuitus, cioè co-intuitus, visione congiunta, nella mente, dell’apparire e dell’essere delle cose, da esse significato. Allora mi verme alla memoria Baudelaire quando dice che i vi- venti pilastri della natura mandano fuori, a volte, confuse parole , e mi dissi: altro che a volte, altro che confuse parole, la confusione l’abbiamo noi in testa e nel cuore. Così che, se non sappiamo guardare, poi non sappiamo neanche veramente fare. Vicino a casa mia, in città, c’è pure qualche voce inconfondibile della natura: il fremito della primavera nel parco, il trascolorare della tavolozza del cielo, la stessa linfa vitale delle persone – se non fosse così spesso smorzata o spenta. E quando guardo i ragazzi e le ragazze, i fiori dell’umanità, passare accanto ai primi fiori di primavera senza degnarli di un’occhiata, persi nel loro walkman o in frantumi di emozioni che attraversano a folate la loro mente, non posso non dirmi che certo siamo divenuti ben alienati, ben pazzi. Parlando di consumismo scrivevo che si tratta non di una esagerazione ma di un errore, perché scambia le persone per cose e le cose per persone. Ecco qui la riprova, purtroppo: se io, o un adolescente, o un annunciatore televisivo costretto a dire e a mostrare le solite cose – apparenze senza significato -, abbiamo occhi vuoti e ciechi, è perché chiediamo alle cose di soddisfarci come persone: ma contemporaneamente riduciamo le persone a cose, succhiandole e consumandole. Così le cose stesse, che sono sacre e ci trascendono in quanto creature di Dio (di lui portano significatione), vengono degradate a oggetti già visti, già succhiati, già consumati. Non c’è niente di nuovo, dice l’anima falsata dal proprio non-vedere; e invece lì e qui ogni cosa, nella sua bellezza e nel suo limite, nella sua utilità e nella sua caducità, è nuova, creata in questo momento, e porta significatione; se non è calunniata dal nostro sguardo.

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