Un giorno uno di loro, complici alcuni bicchieri di troppo, ha iniziato a ridere sguaiatamente nel raccontare le atrocità commesse molti anni prima. Le sue risate, però, tradivano un dolore che non poteva più essere contenuto ed una disperata richiesta di aiuto. Anche se non c'era nulla di nuovo per me nel suo racconto, avevo bisogno di sentire con le mie orecchie questa confessione, di toccare con mano il suo dolore. Non ero mai riuscita ad esternare il mio, non avendo il coraggio di guardarlo in faccia: ma sono grata al fratello di Barbara, perché l'ha fatto anche per me. Ho capito che eravamo vittime dello stesso odio, ma che potevamo essere di sostegno l'uno per l'altro.
Il giorno dopo mi sono presentata a casa di Barbara con un mazzo di fiori. Lei si è subito scusata per l'accaduto, ma l'ho bloccata: «Questi fiori sono per tuo fratello – ho spiegato –. So quanto ha sofferto in silenzio perché anch'io l'ho fatto». Lui è corso giù dalle scale, e ci siamo abbracciati in lacrime. Avevamo bisogno di guardarci in faccia, e riconoscere le reciproche ferite.
Barbara è morta nel luglio del 2008. Qualche anno dopo, nel giorno dell'anniversario, sono andata di persona a visitare la sua tomba, ospite del fratello.