Per disarmare la storia

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Un passo da formica? Forse. Intanto loro l’hanno fatto. Hanno messo a fuoco una cosa semplice, loro: che il migliore investimento per il futuro sono i giovanissimi. Anche nel drammatico contesto del sanguinoso e snervante conflitto che coinvolge il popolo palestinese e lo stato d’Israele. E i giovanissimi, si sa, vanno a scuola. E studiano – o almeno dovrebbero studiare – la storia. Pure in tempo di pace i manuali di storia possono dar adito a controversie. Ma dove c’è la guerra, molto spesso si trasformano in strumenti di propaganda: sbandierando un provocatorio nazionalismo; vittimizzando la propria parte e colpevolizzando sempre l’altra; tacendo sulle ragioni dell’avversario, inchiodato allo stereotipo di malvagio. Loro hanno deciso di andare controcorrente: di scrivere un manuale di storia che tenga conto del punto di vista dell’altro. E delle sue ragioni. Hanno cercato di farlo in quell’area del Medio Oriente dove ormai da decenni gli eroi dell’uno sono i mostri dell’altro, dove la propria identità spesso si basa sulla contrapposizione con il nemico, dove le iniziative di apertura possono essere interpretate come tradimento. Ma chi sono questi loro? Sono due insegnanti universitari: Sami Adwan, palestinese, docente all’Universitá di Betlemme, e Dan Bar- On, israeliano, dell’Universitá di Beer Sheva. Qualche anno fa hanno fondato a Beit Jala, nei territori autonomi palestinesi, presso la scuola cristiana Talitha Kumi, il Prime: un’organizzazione non governativa israelo-palestinese che ha contribuito a salvaguardare la cooperazione tra i due popoli, nonostante il conflitto presente. Dan Bar-On per 25 anni è stato membro di un kibbutz: studiava e lavorava nei campi. Sami Adwan viene da una famiglia musulmana praticante, è stato nelle prigioni israeliane come attivista palestinese; ha studiato in Giordania, poi negli Stati Uniti dove è andato con la moglie e la loro famiglia di 7 figli. Dallo sforzo creativo di Adwan e Bar-On è nato un manuale scola- stico: La storia dell’altro. Israeliani e palestinesi (ed. Una città, Forlì, presentazione di Walter Veltroni). Un tentativo di disarmare la storia mediante l’antidoto della fiducia e dell’ascolto della posizione altrui. Racconta Dan: Da tempo nei media israeliani è in corso un’opera di demonizzazione dei libri palestinesi, senza tener conto che molti di questi libri sono forniti da Egitto e Giordania. Lo stesso accade in ambito palestinese. A uno dei nostri incontri ci siamo entrambi accorti della sgradevole sensazione di doverci continuamente difendere. E così è nata l’idea di provare a produrre un testo assieme. Anche se è troppo presto per pensare che israeliani e palestinesi possano puntare a un unico testo, abbiamo pensato che è arrivato il tempo di iniziare a riconoscere almeno l’altra versione dei fatti. Il manuale ha una sua genesi in una serie di incontri fra insegnanti e studenti dei due popoli, iniziati nel 2000 e dedicati prima alla conoscenza reciproca e al confronto delle rispettive visioni, poi alla stesura del testo. Un lavoro lungo e tenace. Graficamente il manuale affianca le due versioni della storia su una doppia pagina: quella di sinistra è scritta in arabo, quella di destra in ebraico. Ovviamente si può evitare di leggere l’una o l’altra, ma non la si può ignorare. Al centro pagina c’è uno spazio bianco dove gli studenti possono scrivere le loro riflessioni. Dice Sami: I testi scolastici sono i depositari del sapere legittimato, della conoscenza rispetto alla propria nazione; in una situazione di conflitto, scatta però un particolare meccanismo per cui solo la mia narrazione è quella legittima, quella vera, quella giusta. Continua Dan: Bisogna che entrambe le parti si sentano a proprio agio con la loro narrazione. Se si sentono sicuri, poi sarà possibile cominciare a interloquire con la versione dell’altro. Durante la prima fase, qualcuno ha denunciato come la versione palestinese suonasse talvolta propaganda, ma immediatamente si è chiesto: Non è che forse anche il nostro racconto suona a loro propaganda?. Perché è vero, è proprio così. Ma va bene, basta riconoscerlo, sono due versioni-propaganda. E da lì si può partire per spiegare e giustificare la propria storia… Io credo che se ci saranno degli studenti che alla fine del percorso saranno capaci di rispettare la narrazione dell’altro sarà già un grande successo . E Sami: Certo non so quanto questo nostro tentativo influirà, ma è comunque qualcosa, perché allo stato attuale ci troviamo in una situazione in cui ciascuna comunità non sa nulla dell’altra, e si limita a demonizzarla e delegittimarla. Ognuno si crogiola nel proprio vittimismo. Ma non serve nulla continuare a sentirsi vittime. Niente di buono può venire da un tale approccio. Dobbiamo imparare a riconoscere ognuno la propria dignità, le proprie aspirazioni, come i propri errori. Il dialogo implica come prima cosa accettare la presenza dell’altro. Diceva Martin Buber: Un vero dialogo avviene quando l’interlocutore vede nell’altro – anche quando gli si contrappone – un altro esistente, e lo approva e lo conferma come tale. Ma si è ancora molto lontani da ciò nel Medio Oriente, dove si lotta senza neppure nominarsi, con il timore che chiamare l’avversario per nome gli riconosca il diritto a esistere. Così invece di Israele – parola tabù per alcuni – si parla di un’inquietante e fantasmagorica entità sionista; l’altra parte spesso non riconosce nei palestinesi un popolo, ma un’immateriale parte araba della popolazione. In questo scenario il tentativo di Dan e Sami è già una cosa enorme. E la nostra mente non può che correre ai tempi antichissimi di Sumer, quando a un uomo di nome Abram Dio promise una terra: Alla tua discendenza io darò questo paese. Abram ci andò, ma s’accorse che in quella terra abitavano già altre popolazioni. Dovette trovare accordi con i locali per le sorgenti, per i pascoli; dovette acquistare terreni, a volte combattere. Il fatto che la Terra Promessa non fosse disabitata, nel corso della storia avrà conseguenze spesso tragiche. Senza entrare nelle intricatissima vicenda storica e politica, è interessante notare che Dio promette ad Abram una terra, e gliela concede. Ma quella terra non è sua esclusiva: la deve condividere con altri. Come per tutti i doni di Dio: non sono mai per il beneficio esclusivo del singolo: c’è sempre da tener conto degli altri! Cosa mai facile. Ma è quello che tenta di fare la Storia dell’altro. Un passo da formica? Forse. Intanto è un passo fatto.

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