Parola che resta e parole che passano

Il rinnovamento della vita consacrata è un processo continuo. Due religiosi, un agostiniano e un pallottino, impegnati nel lavoro di aggiornamento delle Costituzioni della propria Famiglia religiosa.

Ho un ricordo vivo di tanti anni fa: i primi rapporti con il focolare mi portarono un impulso quasi immediato a rileggere attentamente la Regola di sant’Agostino; pur imparata a memoria nell’anno di noviziato, mi appariva nuova e mi conduceva alla sensazione di una scoperta talmente viva da portarmi, una notte, a gridare di gioia nello stupore di qualche confratello!

Poi gli anni del Vaticano II con la bellezza delle pagine della Lumen gentium e gli inviti pressanti a riscoprire le ragioni e la luce dei carismi dei Fondatori, la Parola affidata loro dallo Spirito, discernendola dalle parole della tradizione accumulata nel succedersi degli anni, la passione crescente, perché quelle parole non restassero tali ma si trasformassero in vita per l’oggi.

Questa passione si andava alimentando nel trovarsi in unità tra religiosi di diversi Ordini e Congregazioni. Fin dai primi tempi dell’Opera di Maria erano presenti contemplativi e attivi, monaci e missionari, di istituzione millenaria o recente. Qualcuno di essi, in semplicità grande ma in altrettanto grande chiarezza, era testimone di quanto la passione interiore per l’unità della Chiesa diventasse amore più ardente, filiale e concreto per la propria famiglia religiosa, e si dedicava al suo rinnovamento dall’angolazione della revisione degli ordinamenti che la Chiesa auspicava, particolarmente nel decreto Perfectae caritatis.

Uno di loro, Giuseppe Savastano, della Società dell’Apostolato Cattolico, quasi identificandosi con il Fondatore e affascinato dall’Ideale dell’unità, annotava in alcuni suoi appunti questi due pensieri:

“Vorrei possedere quello spirito che ciascun S. Fondatore di Religione ha avuto nel fondare la sua Religione, ma siccome un tale spirito perfettissimo si trova in Gesù Crocifisso, così mi procurerò con la grazia divina di apprendere da Gesù, in cui si trova amore, carità, umiltà, povertà, solitudine ecc.: tutto, tutto, tutto”.

“Mi figuro che ciascuna creatura divenendo partecipe della divinità sia trasformata in tutto ciò che può trasformarsi di divino e di santo, e di più mi figuro di vedere in tutto la viva immagine del Signore nostro Gesù Cristo Crocifisso”.

Questi due pensieri di san Vincenzo Pallotti, trascritti per averli sempre presenti, rivelano l’ossatura dell’atteggiamento interiore di Savastano, reso più radicato e avvertito come proponibile per la luce dell’Ideale dell’unità abbracciato agli inizi degli anni ’50.

Diceva ai confratelli, cui faceva relazione del lavoro di aggiornamento che gli era stato affidato dai superiori dopo il Concilio:

“Si avverte l’esigenza di una vita nuova, modellata su quella di Cristo e degli Apostoli, libera da arcaismi inintelligibili, immediata e concreta, affinché i consigli evangelici ritrovino, per l’uomo moderno, il loro senso e il loro fascino in un contesto più umano e in un rapporto più manifesto alle beatitudini, alla carità, alla consacrazione battesimale. E si comprende che l’aggiornamento, per essere effettivo, deve tradursi in impegno comunitario fino ad essere presenza di Cristo nella comunità” (9 febbraio 1971).

Savastano lavorò all’impegno di aggiornamento per 17 anni ed è rimasto ai nostri occhi come una luce purissima di armonia del carisma del Fondatore con il carisma dell’Opera di Maria. Luce purissima, perciò esemplarità, come testimoniava alle esequie il suo superiore generale:

“In questi anni di rinnovamento e di tensioni nell’ambito della vita ecclesiale, egli mi confidava il suo proposito di lasciare tanti altri impegni per potersi dedicare allo sviluppo del rinnovamento spirituale ed apostolico della nostra Società. Posso affermare che egli stesso cercava il modo di realizzare questo suo proposito”.

Ed aggiungeva:

“Questo lavoro, egli diceva di averlo potuto fare per l’aiuto particolare che gli veniva dall’ideale dell’unità: ‘L’ideale mi spiega tutto…’. Alla fine del suo compito ebbe l’opportunità di illustrare e chiarire ai confratelli, in varie forme, il risultato del suo lavoro. Per lui questa era la missione che sentiva di dover svolgere anche come contributo dell’Opera di Maria che, per suo mezzo, era dato a tutta la sua famiglia religiosa, ricordando la preghiera di Chiara”1.

A venti anni dalla morte di Savastano, in tanti ne custodiamo la memoria grata. Si può comprendere perché, con lo scorrere del tempo che ha veduto l’impegno di aggiornamento delle norme-guida degli Istituti di vita consacrata, i numerosissimi religiosi chiamati dai Superiori a contribuire ad esso con la loro esperienza e il loro lavoro, abbiano avvertito l’esigenza di guardare a lui.

Non solo un ricordo, ma una luce che, quasi prolungamento della sua presenza tra noi tutta impregnata di misericordia evangelica, fraternamente veniva chiamato Micor, permettesse a quanti venivano via via incaricati del suo stesso lavoro di impegnarvisi con la sua stessa passione d’amore, sapendo che questo era il pensiero della Chiesa nella sua più alta magisterialità.

Il 13 luglio 1966, infatti, Paolo VI aveva voluto salutare, durante un’udienza generale in S. Pietro, il gruppo di 350 sacerdoti e religiosi partecipanti ad un incontro al centro Mariapoli:

“Abbiate per la Chiesa quella che si chiama la passione, l’amore ardente, la fedeltà senza limiti. Il Concilio si è celebrato nello spirito di comunità: ha voluto dare un senso di unione maggiore, far circolare la carità in senso più vivo e anche più concreto. Ebbene, applicate questo spirito rispetto ai quadri che la Chiesa vi offre: le vostre Diocesi e le vostre Famiglie Religiose.

Cercate che non siano dei quadri o pesanti, o trascurati, o insignificanti, ma dei quadri dove veramente si applica la carità, si segue la legge della Chiesa e si cerca di aiutarci vicendevolmente per rendere cristiana e santa e buona la nostra vita”2.

Così, quando all’inizio del 2007, l’Abate Generale della mia Congregazione mi ha domandato e poi incaricato di presiedere una commissione per l’aggiornamento delle Costituzioni e degli Ordinamenti generali a venti anni dalla revisione postconciliare, ho sentito in questa sua fiducia un’occasione per amare concretamente la mia Famiglia religiosa attraverso il dono del carisma dell’unità.

Un confratello di ciascuna delle sette province, cinque europee e due sud-americane, più alcuni altri, una decina in tutto i membri del gruppo, quasi tutti sotto i quarant’anni. Mi sono preparato, in comunione con quanti condividiamo la vita d’unità, e non senza qualche trepidazione.

Soprattutto ho cercato di fare mia e di custodire nell’anima l’esperienza di Chiara che sentivo generatrice di vita per ogni tempo ed ogni circostanza, così come leggevo nella sua meditazione Resurrezione di Roma. Man mano che meditavo le sue parole e cercavo di farle mie, “aprendo gli occhi su di fuori vedo l’umanità con l’occhio di Dio… vedo e scopro la mia stessa luce negli altri”, la trepidazione e si dissolveva nella pace.

A luglio, durante la prima settimana di lavoro, guardando i fratelli con l’occhio di Gesù, li ho visti in attesa di qualcosa pur senza sapere chiaramente cosa fosse questo “qualcosa”, assetati di resurrezione nell’essenziale della vita consacrata. Quella risurrezione che Agostino aveva donato nella Regola in cui domanda di essere “protèsi” all’unità nella pienezza della comunione fraterna in Dio.

Al di là della povertà dei limiti personali, ho avvertito con grandissima riconoscenza che l’esperienza di Chiara è la verità della mia vita, quella in cui posso essere, per il dono dell’unità, come ella dice nel suo scritto “la realtà vera di me, il mio vero io negli altri”.

Ho capito che questo è ancora e sempre il mio cammino in Dio e perciò il passo da compiere ogni giorno per essere vero nella vita “risuscitandomi nel fratello”, accorciando la distanza tra la Parola che discende dall’alto nel carisma e le parole che salgono dall’esistenza “in viaggio”.

Il lavoro di aggiornamento si protrarrà fino al Capitolo Generale che dovrà approvarlo. Chiedo a Maria di restar fermo della conversione all’occhio di Dio, in continuità con la luce che da venti anni Micor ha lasciato in dono.

 

1 Brani tratti da Un vero prete, un autentico religioso, passim.

2 Paolo VI al Movimento dei Focolari, Città Nuova 1978, p. 151.

 

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