Palermo riparte dalla cultura

Il capoluogo siciliano, capitale italiana per la cultura 2018, fra eventi e impegno quotidiano

783 appuntamenti, 83 eventi internazionali, 43 partner, 132 concerti, 72 mostre, 12151 artisti: in questi numeri è racchiusa la Palermo capitale italiana della cultura 2018. Un’opportunità (ancora presto per fare valutazioni) per la città, da sempre crocevia di culture. Fondata dai Fenici, conquistata dai Romani, dai Vandali, da Bizantini e Saraceni, poi passata ai Normanni, custodisce i segni del passaggio di queste popolazioni nel grande patrimonio artistico e architettonico che la caratterizza.

Palermo non è solo una città. Come succede nei grandi centri urbani – qui risiedono circa 700 mila abitanti –, convivono insieme tante città, molto diverse fra loro. Semplificando, potremmo dire che c’è un centro storico e tante periferie; in mezzo, alcuni quartieri di medio livello. Anche le periferie sono dissimili fra loro. Ci sono quartieri collegati al resto della città e quelli che sembrano assolutamente altro. Vado a visitarne in particolare due: Brancaccio e lo Zen, rappresentativi delle due tipologie appena descritte.

 

Brancaccio

Credo che padre Pino Puglisi (proclamato beato nel 2013), che qui, a causa dell’impegno per la legalità ha versato il suo sangue, continui a guardare al suo quartiere natìo con lo stesso sorriso col quale, si diceva, combatteva la mafia. L’azione educativa nei confronti dei ragazzi, il suo metodo per sottrarli alla strada e alla criminalità, non sono morti con lui, anzi! È l’impressione che ho a contatto con docenti, dirigenti scolastici, studenti, cittadini che conoscono e frequentano Brancaccio. Varco le porte del liceo scientifico Basile. Locali sequestrati alla mafia, appartenenti ai fratelli Graviano, mandanti dell’omicidio di don Pino Puglisi. Sebbene la struttura con le sue inferriate possa far pensare a un luogo pericoloso, quando ci si trova al suo interno ci si sente piuttosto in un’isola felice, come la descrive Roberta, studente quasi diciottenne. «Noi non ci rendiamo neanche conto di essere a Brancaccio; entriamo a scuola e sperimentiamo tutta un’altra realtà rispetto a quella che è fuori. Io lo chiamo un angolo di paradiso. Secondo me la nostra scuola è veramente un punto dal quale si può ricominciare».

In questa scuola afferiscono ragazzi anche dai paesi vicini. Negli anni, infatti, si è fatta un nome.

«Insegno qui da 22 anni – mi racconta la prof.ssa Maria Scaglio-ne –. Il problema fondamentale era essere accettati dal quartiere che non riconosceva questa scuola come propria, e quindi le grate servivano a proteggere da furti e atti vandalici. Abbiamo capito che dovevamo interagire col territorio, la parrocchia, le varie associazioni, le famiglie. Col tempo le cose sono cambiate e adesso non registriamo più episodi spiacevoli». Preside di questo liceo da 6 anni, Angelo Di Vita aggiunge: «Ho voluto dedicare gli ultimi anni della mia carriera scolastica qui, dove sono nato. La nostra scuola ha fatto una scelta ben precisa: portare i nostri giovani ad avere un rapporto importante col territorio. Siamo usciti, siamo andati a cercare i cittadini puntando a valorizzare l’aspetto naturalistico e storico del quartiere, con tantissime attività».

Al Basile, ad esempio, le “occupazioni”, per espressa richiesta degli studenti, si sono trasformate in Settimana della cultura. A maggio si aspetta per il terzo anno consecutivo la band del Gen Verde.

Il di più di questa scuola, che pone molta attenzione alla didattica, all’alternanza scuola lavoro, a dare possibilità di conoscenze ai suoi alunni, è anche nella cura delle relazioni. La prof.ssa Di Benedetto commenta: «Da noi sono curati i rapporti umani, con gli alunni e con le famiglie, e questa collabo- razione è un aspetto importantissimo che aiuta il lavoro didattico».

 

Zen, Zona espansione nord

Il nome ufficiale del quartiere è San Filippo Neri, quello con cui è conosciuto è Zen. Un agglomerato residenziale a carattere popolare, sorto nella seconda metà degli anni ’60 e occupato in parte abusivamente da famiglie provenienti da varie zone di Palermo e soprattutto dal centro storico, rimaste senza tetto dopo il terremoto del 1968. Quasi 4 mila alloggi cui se ne sono aggiunti altri 2500 negli anni ’80 per un totale di oltre 20 mila abitanti stimati. Chi mi accompagna cerca di prepararmi all’impatto con una realtà visivamente poco gradevole. Arriviamo da una strada molto ampia che così appare agli occhi, mentre risulta al cuore una sorta di fossato se non addirittura un muro invalicabile fra questo quartiere e il resto della città.

«Scendiamo a Palermo», dicono ancora gli abitanti di qui per indicare le uscite fuori dal perimetro dei grandi caseggiati tutti uguali. Qui non c’è un cinema, un teatro, una piazza, né servizi comunali. C’è la parrocchia, un campo di calcio, due istituti comprensivi, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di primo grado. Come a Brancaccio, anche questa volta varcare le soglie di una scuola, la Giovanni Falcone, fa cambiare la percezione del quartiere. Sembra proprio che, se da altre parti l’istituzione scolastica è in crisi, a Palermo sia la grande, a volte unica risorsa. Non per i mezzi economici che scarseggiano ancor più che altrove, ma per la fantasia e la dedizione di insegnanti e dirigenti che non risparmiano tempo ed energie per i… loro ragazzi, così li chiama la dirigente scolastica Daniela Lo Verde, coordinatrice anche dell’Osservatorio “Distretto 13” per la prevenzione della dispersione scolastica. Insieme a diversi operatori se li sono andati a cercare uno ad uno, quando non li vedevano arrivare in classe e la “cultura antidispersione” ha raggiunto i risultati sperati. Alte le percentuali di recupero, grazie all’interazione con le famiglie. E poi scuole aperte il più possibile, anche d’estate, ricerca di finanziamenti per laboratori, progetti con le mamme…

«Iu nun ci pozzu cu me figghiu» (Io non riesco ad occuparmi di mio figlio). «Un m’interiessa» (non mi interessa). «Il nostro lavoro si svolge fra questi due atteggiamenti, il primo di tanti genitori, il secondo di numerosi ragazzi», mi spiega Carla Mazzola, operatrice psico-pedagogica territoriale dell’Osservatorio. Un lavoro impegnativo entro queste due frasi, in grado di riempire volumi.

Punto Luce è il nome di un centro per il contrasto alla povertà educativa gestito da Save the children in collaborazione con l’Associazione laboratorio Zen insieme. Servizi di sostegno scolastico, laboratori, attività motorie per i ragazzi, palestra e corsi di cucina per le mamme (in genere giovanissime). Incontriamo Maria Carmen Fasolo, vivacissima coordinatrice, e basta sentirle snocciolare i tanti progetti in campo, dal torneo “Calciando in rete” al carnevale sociale, alla lettura in biblioteca, solo per dirne qualcuno, per avere un’ulteriore conferma che l’ambito educativo è per Palermo una risorsa.

 

Dal dialogo alla cooperazione

Un rapporto che va avanti da anni quello fra cristiani di diverse Chiese e che ha raggiunto una sua maturità. Prima una timida conoscenza, poi il dialogo, adesso una cooperazione per rispondere ad al- cune urgenze sociali. Incontro vari esponenti e rimango toccata dalle tante attività che portano avanti insieme. Impegnati coi migranti nei centri di accoglienza piuttosto che nei corridoi umanitari; con i carcerati, cui provvedono per i bisogni materiali e spirituali; con i poveri per i quali hanno aperto una mensa prima mensile e adesso settimanale. E ancora venendo incontro al bisogno abitativo delle famiglie come nell’impegno per ottenere una equa fiscalità familiare. Infine con il progetto Medici cristiani per assicurare assistenza medica plurispecialistica, psico- logica e infermieristica a quanti sono in necessità. Con un sogno nel cassetto: far nascere una casa di recupero dalle nuove dipendenze, senza trascurare un’opera di prevenzione.

 

Un Vangelo che dà passione

Don Corrado, come ama farsi chiamare ed è chiamato il vescovo di Palermo, ci riserva un’ora del suo tempo, per un’intervista che pubblicheremo successivamente. Un sogno nel cassetto ce l’ha anche lui: «Che come comunità cristiana possiamo avere la gioia di riappropriarci di un  Vangelo che segna le nostre  coscienze, che ritorna a dare passione, che, guardando alla scena del sepolcro vuoto, ci metta in un atteggiamento di corsa perché la storia degli uomini la leggiamo proprio a partire da quel sepolcro. Ed è una storia fecondata di riscatto, di libertà, di redenzione. Un richiamo a costruire il futuro insieme, tirare fuori le migliori potenzialità ed essere capaci di offrire opportunità ai giovani perché possano rimanere nella nostra isola, trovando lavoro, casa, affetti».

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