Olivelli, santo perché ribelle

Invito a conoscere la storia di un partigiano che la Chiesa cattolica ha deciso di riconosce come beato

La beatificazione del partigiano Teresio Olivelli arriva sabato 3  febbraio del 2018 in una Italia dove  non mancano segnali di un ritorno di fiamma del  fascismo, anche solo come giustificazione di un periodo che ha avuto i suoi meriti. Interpretazione apparentemente innocua, ma condannata recentemente senza riserve dal presidente Mattarella, uno dei pochi che, per formazione, conosce la storia del cattolico Olivelli, giovane professore di diritto e rettore del prestigioso collegio Ghislieri di Pavia, morto nel gennaio 1945 per le percosse subite nel campo di concentramento di Hersbruck, in Baviera.

Teresio era nato nel 1916 nel comasco. Aveva, dunque, pochi anni quando il re diede l’incarico di governo a Benito Mussolini, al culmine della marcia su Roma del 1922. Cresciuto nel periodo del grande consenso al regime, consolidato con il Concordato del 1929, condivise la convinzione del fondatore dell’università cattolica, il francescano Agostino Gemelli, di poter “cristianizzare il fascismo” in opposizione alla linea refrattaria, e giudicata perciò intimista, della sezione della Federazione degli universitari cattolici di Pavia.

Prestò, perciò, la sua viva intelligenza nel declinare la teoria della razza in una versione opposta a quella nazista, arrivando a collaborare con la sede centrale dell’Istituto nazionale di cultura fascista. Faceva, quindi, parte di diritto della classe dirigente e poteva essere esentato dall’andare in guerra.

Dissuaso, dalla saggezza di uno zio prete, ad arruolarsi nella missione militare italiana nella guerra civile spagnola (1936-39), propagandata come una crociata in difesa della religione, Olivelli scelse, invece, di andare volontario nella campagna di Russia nel 1942. Non voleva salvarsi da solo e abbandonare la sua generazione gettata allo sbaraglio. Rimase attento a non lasciare indietro nessuno dei soldati a lui affidati. Nel deserto di ghiaccio del viaggio di ritorno sciolse tutte le riserve maturate verso il sistema di pensiero che lo aveva attratto.

Dopo l’8 settembre del 1943 rifiutò di obbedire alla repubblica delle camicie nere di Salò, conoscendo, per ben tre volte, l’esperienza della cattura e della fuga dai campi di prigionia, impegnandosi nella formazione delle Fiamme verdi di Brescia e Cremona. Con Carlo Bianchi e Claudio Sartori fondò la rivista “Il ribelle”, espressione dei cattolici attivi nella lotta di liberazione intesa come rivolta morale, profonda e radicale. Nel manifesto “programma ricostruttivo di ispirazione cristiana” pubblicato su quel foglio clandestino si trovano le tracce della nostra Costituzione. La sua preghiera del “ribelle per amore, scritta durante una notte di veglia, è giustamente considerata uno dei testi più belli della Resistenza, periodo che la recente rivisitazione critica ha fatto emergere nelle contraddizioni proprie di un cruento conflitto armato.

il-ribelle1Nella vicenda di Teresio bisogna saper cogliere, infatti, la novità inquieta di una generazione di credenti, come mostrano gli studi dello storico Francesco Piva, alle prese con la contraddizione di dover obbedire all’autorità legittima, anche se ingiusta, fino ad arrivare, in guerra, ad “uccidere senza odio”.

Nel testo della “preghiera del ribelle” non compare l’invocazione contro il nemico, comune in tante orazioni belliche. Si chiede, invece, la forza per restare liberi e limpidi, serrando le labbra durante la tortura fino ad invocare, «sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, la pace che solo Tu sai dare».

Tradito da un delatore, Olivelli fu catturato e torturato a Milano e poi destinato, dopo altri tentativi di fuga, in diversi campi di concentramento dove si offrì come traduttore dal tedesco, per aiutare in ogni modo gli internati più sprovveduti. Formò, pur nella condizione brutale di detenzione, i “gruppi del Vangelo”. Si trattava di restare fedeli alle ragioni più profonde di una scelta che lo condusse, infine, a difendere un compagno di prigionia opponendosi, con il proprio corpo, alle violente percosse di un kapò.

Agonizzante offrì, dalla branda dove giaceva, i vestiti che gli rimanevano addosso. Morì nudo. Come quel Cristo che seguiva. Un esempio intimamente caro e prezioso per chi conosce la breve vita di un giovane di 29 anni, ma anche i suoi scritti che di questa esistenza danno ragione. Come il manifesto rivolto agli operai per «una cooperazione senza sfruttamento» e «una fraternità senza barriere di classe e di nazione».  E la consapevolezza di una generazione che ci ha lasciato in dono: «Mai fummo così liberi quando trovammo la forza di ribellarci».

 

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