Notre Dame, non è il segno della fine

La storia delle nostre città europee annovera storie di cattedrali e di rovine, di cantieri e di disastri urbani, da cui sempre ci siamo rialzati
Kyodo via AP Images

Le immagini della cattedrale di Notre Dame avvolta dal fumo e dalle fiamme ci inquieta da ieri sera. Colpisce il nostro immaginario, risveglia in noi il ricordo di un viaggio, di una visita solitaria, di un libro letto. Siamo nel cuore dell’Europa, di fronte ad uno dei simboli più alti e forti della nostra storia.

È di fronte ad un simbolo come questo che si comprende come i monumenti e le città, proprio perché destinati a sopravvivere nei secoli, sono il collante identitario delle generazioni nel loro scorrere nel tempo.

Ci dicono da dove veniamo e chi siamo, ci ricordano di quali ingegno e grandezze ingegneristiche e creative siamo stati capaci. Traducono la cultura in pietre, spazi, emozioni, ricordi.

Notre Dame è un simbolo per i cristiani, ovviamente, per i francesi, ma lo è anche per tutta Europa e per il mondo intero: è patrimonio di tutta l’umanità. Le reazioni di cuore di persone vicine e di persone dall’altra parte del mondo, rivelano questa dimensione affettiva ed emotiva che ci lega ai luoghi e alle pietre, alle architetture e alle bellezze realizzate dagli uomini di ogni tempo.

Si capirà attraverso le indagini cosa abbia scatenato questa furiosa potenza di fuoco. Si conteranno i danni, le strutture rimaste in piedi, si constaterà la resistenza della struttura portante in pietra e la fragilità delle parti lignee, del tetto, dei pinnacoli, delle teste ornamentali. Un danno enorme che richiederà tempo, analisi, competenze artigiane e digitali.

Oggi però ci vuole soprattutto tenerezza, e pietas, ci vuole capacità di guardare le pietre che sono rimaste, e di guardare oltre.

La storia delle nostre città europee annovera storie di cattedrali e di rovine, di cantieri e di disastri urbani, da cui sempre ci siamo rialzati. L’Europa è questa trama di città che scrivono e riscrivono continuamente la propria storia, che rialzano muri caduti e restaurano monumenti antichi, che costruiscono nuove cattedrali e non dimenticano quelle del passato. In un farsi nel tempo e nelle generazioni, che mescola fragilità e slancio verso il futuro.

La forza di quelle immagini non deve in alcun modo suscitare in noi interpretazioni millenaristiche e da fine del mondo.

Un incendio, ancorché spaventoso, non è il segno della fine della storia, di una religione, di una cultura. Non ha nulla a che fare con punizioni divine e colpe degli uomini, come si legge tra le righe in queste ore di autorevoli uomini di fede e di cultura. Non ha nulla a che vedere con la desacralizzazione di questo mondo.

Notre Dame non è metafora di nulla! Questo tipo di tentazione culturale ci porta indietro di secoli, ci rende dimentichi del valore dei lumi e della ragione, ci toglie la capacità di discernere con saggezza dietro la materialità degli eventi, dietro la loro banale e beffarda accidentalità.

Un incendio è un incendio, mette in scacco le nostre capacità di risposta, ci ricorda che il legno brucia in fretta anche se abbiamo mezzi potenti e tecnologie sofisticate, che ci sono fenomeni che non possiamo pienamente controllare.

Ma la città europea è come un’araba fenice, risorge sempre dalle sue ceneri, torna in vita attraverso le sue terribili morti generative. Chi conosce la sua storia e la sua architettura lo sa, questo dobbiamo raccontare ai nostri figli. Gli animi sono vivi, partecipano e palpitano per le pietre: questa è l’Europa.

 

 

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