C’è la commedia romantica con un grande Elio Germano e Maria Chiara Giannetta nel film di Daniele Luchetti Noi, un po’ meglio, vicenda di una coppia imperfetta, alla ricerca di stabilità economica e di un figlio, detto una volta tanto senza mestizia, anzi. C’è Gianni Zanasi che in È andata così racconta di una famiglia dai rapporti scombinati, insistendo sulla crisi dei rapporti tradizionali per fotografare una famiglia”fuori norma” (ma non siamo stanchi di dire sempre le solite cose?), e c’è anche Mustang di Kasia Smutniak, che racconta del suo viaggio in Nepal con l’amato (e scomparso) Pietro Taricone, un’avventura di vero amore e di contatto con altri mondi.
E i figli, i ragazzi?
Alice nella città, festival a parte con cose talora stupende, offre fra gli altri, due film sorprendenti per lucidità, sensibilità, e incisività. Il primo, Figli perduti, opera prima di Lorenzo Maria Chierici, in concorso, è la storia vera di morte e rinascita di Daniel Zaccaro che si dedica ai furti insieme all’amico Benke. Famiglia scoppiata, padre violento, ideologia di fedeltà al “branco”. Daniel finisce al carcere minorile Beccaria a Milano. Arrabbiato, iracondo, ignorante, istintivo. Per poter avere un minimo di libertà chiede di entrare nella comunità Kairòs – un nome speranzoso – di don Claudio Burgio. Il rapporto col prete buono e severo non è facile, Daniel scapperà, ritroverà la vita antica, ma poi ritornerà. Lentamente si apre alla cultura – il primo testo che legge è Il libro della giungla, molto significativo -, alla speranza, alla libertà vera, si laurea, oggi lavora in comunità.

Film Figli perduti, foto Ufficio stampa
REGGI&SPIZZICHINO Communication
Storia essenziale, senza inutili buonismi – recitata egregiamente dal giovane Matteo Oscar Giuggioli con nervosa sincerità e da Alessandro Gassman, con la sua durezza affettuosa – è forte e bella. Fa bene ai ragazzi e agli adulti una storia simile, diretta con perspicacia da un regista promettente che sa raccontare, far appassionare giovani e adulti.
Fa ben anche un altro film pluripremiato e da domani in sala, Il canto di Alina, di Ilaria Braccialini e Federica Oriente. Storia vera e di sempre. Johana (Caterina Truci) viene dalle rotte balcaniche, inseguita alla frontiera dai cani e dai poliziotti. Incontra la moldava Alina (Adriana Papane), ma entrambe, giunte in Italia, finiscono nel racket della prostituzione. Vita dura, maltrattamenti. Johana, fragile, soccombe. Alina fugge, rapisce un tassista di mezza età, Lorenzo (Cristiano Caldironi), e cerca di raggiungere l’Austria. Il viaggio con l’uomo, solo e sofferente, sarà una scoperta delle reciproche debolezze, del disperato bisogno di affetto e di libertà. Forse Alina troverà una nuova vita, oltre la frontiera.
Due solitudini, anche di un adulto, due ricerche di felicità, due diffidenze che si tramutano in un rapporto sincero. Il film è denso, insiste nei dialoghi smorzati tra paura e speranza, è anche duro con scene dolorose, ma è un viaggio e questo viaggio deve aprire a qualcosa che non sia solo sofferenza.
Sono film come questi che lasciano la durezza della vita verso una briciola di felicità, film emozionanti anche nella crudezza, che aprono il cuore. Ben oltre i consueti racconti, un po’ gonfiati, di disagio giovanile o familiare. Un buon cinema. Attuale. Da non perdere.
