Offre ampio spazio al tema della disabilità la serie Tutto l’amore che resta, su Rai1 in cinque serate fino al 30 ottobre, diretta da Andrea Rebuzzi e prodotta da Fabula Pictures in collaborazione con Rai Fiction. Lo fa parlando di inclusione attraverso una scuola di provincia (siamo a Frascati, anche se non viene esplicitato) dove il rapporto tra persone con disabilità e altre normodotate è particolarmente intenso, avanzato, equilibrato. Va da sé che, coi banchi e le aule, il delicato (e importante) argomento di questa fiction – nata come remake della francese Lycée Toulouse-Lautrec (ispirata a una storia vera) – incontri il mondo giovanile e si fonda con le sue dinamiche attuali, attraversando gli spazi (molto esplorati dalla serialità) del teen/school drama. E aprendo, coi numerosi rami della sua coralità, alle famiglie più o meno fragili dei protagonisti; toccati, ognuno a modo proprio, dall’amore, dalla solitudine, dai timori e dai sogni: tutte emozioni riunite attorno alla ricerca di sé.
Affiora anche il tema della droga, tra i percorsi di formazione. Eppure, la centralità di una disabilità osservata in diverse forme salta all’occhio e qualche volta al cuore, toccandolo sanamente in alcuni passaggi di questo racconto in cui incontriamo un ragazzo nello spettro autistico (nella sua forma più leggera, come molto spesso capita nei film e nelle serie) e altri due in sedia a rotelle (chi da sempre chi per via di un incidente). C’è una ragazza non vedente e uno che soffre di osteogenesi imperfetta, e non riesce di uscire di casa. Un’altra giovane è costretta a una malattia che le accorcia il tempo da vivere e a tutti loro si aggiungono un ragazzo e una ragazza usciti dal carcere minorile, allargando, appunto, a tematiche più ampie, sociali, culturali, la corposa narrazione, mediante il contenitore/collante di una scuola in cui convergono difficoltà e pulsioni, bisogni e passioni.
Dentro tutto questo materiale tangibile ed emotivo, cerca di respirare la normalità resistente alla disabilità: la persona oltre la sua patologia o condizione. La sua verità, la sua importanza che vanno sempre intercettate, osservate, capite, considerate e sostenute da chi le incontra. Compongono la vita che c’è sempre, dentro e oltre, ogni forma di disabilità, ed è per questo che nel liceo immaginario Helen Keller ad alcuni studenti viene chiesto di prendersi cura delle fragilità altrui, anche per scoprire altro – e l’altro, e un po’ se stessi – oltre le criticità del prossimo.

Raoul Bova in un’immagine della serie “Tutto l’amore che resta” (foto Francesco Berardinelli)
Verso questo, e non è poco, si dirige con un certo coraggio una serie comunque destinata al grande pubblico generalista, con Giulia Bevilacqua tra gli interpreti insieme a Raoul Bova qui nei panni del preside dell’istituto. Si chiama Stefano Fogli, è il padre del ragazzo che soffre di osteogenesi imperfetta e ricorda, un pochino, un altro personaggio interpretato dall’attore in una serie Mediaset di qualche tempo fa dal titolo I fantastici cinque, prodotta da Lux Vide. Lì era un allenatore di atleti paralimpici, un portatore sensibile e lucido di umanità e saggezza in un racconto non retorico, non pietistico e non banale, anzi, piuttosto interessante, sul tema della disabilità, in quel caso legata allo sport.
Ecco: la retorica, il pietismo, la banalizzazione, o peggio ancora la mercificazione, sono i pericoli in agguato davanti ad argomenti tanto importanti. Sono rischi alti dai quali – stando alle prime due serate finora andate in onda – Tutto l’amore che resta sembra non lasciarsi travolgere, nonostante i suoi momenti didascalici e il suo espandersi, diluirsi, nella consuetudine dell’universo giovanile, con situazioni tensive già viste spesso altrove.
Lo fa, prima di tutto, entrando – e tornando puntualmente – in modo deciso, diretto, marcato (con alcuni momenti che colpiscono) in un tema da affrontare sempre con onestà e cura, con una sensibilità distante da ogni consumismo contenutistico. Vedremo, perciò, alla lunga, come questa serie dai propositi nobili e ambiziosi gestirà la delicatezza del suo compito, la complessità della sua materia. Il 27 ottobre ne sapremo di più.
