Nati per gioco

Tutto ebbe inizio nei primi anni Ottanta, allorché anche la metropoli meneghina iniziò a tingersi di diversi colori. Per le strade, ma soprattutto in piazza Duomo, nei lunghi pomeriggi domenicali risuonavano saluti nelle più varie lingue. Cominciava un nuovo flusso che in pochi anni avrebbe portato cittadini provenienti da tanti Paesi del mondo in quella città troppo fredda d’inverno e troppo calda d’estate per chi ancora non si è abituato alle escursioni termiche padane. Una migrazione che man mano ha suscitato, nel cuore grande di molti milanesi, l’urgenza di mettersi a disposizione dei nuovi arrivati con una miriade di iniziative, a risposta dei piccoli e grandi problemi emergenti. Tra queste, quelle di Arcobaleno, nata quasi per gioco ad opera dei giovani del movimento di Milano, che riuscirono ad aggregare attraverso lo sport studenti e lavoratori stranieri. Nacque così il Mundialito, un torneo di calcio che per sei anni coinvolse attivamente centinaia di giovani, i loro amici e le relative famiglie. Numerose, quelle che aprirono le case ai nuovi amici dei figli: come la mamma e i suoi tre bambini piccoli, fuggiti dalla guerra in Bosnia, rifocillati ed accolti per sei mesi. Successivamente l’accoglienza divenne meno episodica e più mirata; subentrarono gli adulti, e nacque un’associazione e con essa un centro di ascolto dove, come per incanto, si incrociavano (e si incrociano tuttora) domande ed offerte di lavoro. Si provvede – dice Gianantonio Arcuni, responsabile dell’associazione – alle prime emergenze: il cibo, un vestito decoroso a chi sbarca dall’altro emisfero in pieno inverno con i vestiti d’estate. Gli armadi pieni di vestiti ben puliti ed ordinati si riempiono e si svuotano alla velocità della luce. Spesso si riesce a riempire un sacchetto con generi di prima necessità e persino con qualche golosità, per dare l’impressione che non si stia facendo della carità, ma un dono tra amici. Il regalo più grande è però la presenza di numerosi volontari e volontarie, grazie ai quali Arcobaleno riesce a far fronte a tante necessità, compresa quella della istruzione. E così la scuola di italiano, o meglio, il pronto soccorso, come la definisce qualcuno, è frequentata nella nuova sede di via Corsico da ottocento iscritti. Assieme alle regole della grammatica, si impara anche come fare un abbonamento al metrò o come usare gli euro. Arcobaleno è la mia casa; La vostra amicizia e questa casa mi aiutano a non perdere l’identità… Sono – dice Andreina Gatti, presidente dell’associazione – espressioni ricorrenti di questi amici libanesi, egiziani, mauriziani, filippini, cingalesi, eritrei, latino-americani, slavi, pakistani… Non di rado gli alunni finiscono col far lezione agli insegnanti, perché nasce un confronto tra diversi stili di vita e c’è sempre da imparare. L’uomo della Sip Due pionieri, che hanno donato tanta parte di sé ad Arcobaleno, come racconta uno di loro. Avevo deciso di presentare domanda di pensione. E poiché il mio sogno era poter finalmente immergermi a tempo pieno nel mondo dei libri, Città Nuova Editrice costituiva per me il non plus ultra dei desideri. Eccomi dunque alla sua sede di Milano per proporre la mia volontaria collaborazione. Ma il sorriso smagliante di Giovanni mi bloccò subito: Perché non dai una mano per l’Arcobaleno?. E mi spiegò che si trattava di una associazione creata da poco per gestire il Mundialito. Ah, quello sì, lo conoscevo, purtroppo. Mi era stato chiesto di presenziare una domenica alle gare che si svolgevano in un campo di calcio di periferia. Era venuto a prendermi un amico altrettanto ignaro e giungemmo al campo sotto un incredibile nubifragio. Bene, pensai: sarà tutto sospeso e tornerò prima a casa. Hai voglia: quegli scalmanati sguazzavano nel fango come ippopotami! Solo che gli spruzzi arrivavano fino a noi. Pochi minuti dopo eravamo maschere di un intenso marrone. Quando tornai a casa, vidi il disappunto sul volto di mia moglie. Sotto la doccia, l’assicurai che ciò non si sarebbe ripetuto. E invece… Giovanni col suo disarmante sorriso mi ripeteva: Ti troverai bene, Luigi, vedrai… Ma certo, se non ti va, a Città Nuova ti accoglieremo a braccia aperte!. Mi ritrovai così, un pomeriggio di diciassette anni fa, in via Niccolini 29, al secondo piano di una casa in un vano illuminato solo da una porta a vetri. Io, Giovanni, qualche amico, e i primi obiettori di coscienza assegnati ad Arcobaleno. Potrebbe bastare per dire come conobbi Arcobaleno. Sì, so che potrei cavarmela con un’attestazione delle incredibili ricchezze interiori acquistate, di un radicale cambiamento di mentalità, di una forza che cresceva proporzionalmente con le fatiche ed anche di fronte alle delusioni.Ma come faccio a ricacciare in fondo al cuore i tanti amici che ho conosciuto in tutti questi anni? Quella stanza buia di via Niccolini era ormai diventata la mia seconda casa. La stampa seguiva le nostre imprese sportive e l’eco giungeva anche ai giornali e tv dei Paesi d’origine dei nostri amici. I giornalisti de l’Unità vollero cimentarsi in una partita a calcio con noi, che presentammo una squadra davvero di tutti i colori. Presto altri problemi si affacciarono, fino a farci accantonare, dopo sei edizioni, il mastodontico Mundialito. I nostri amici ci chiedevano aiuto per cercare un lavoro, la casa, qualche vestito, e spesso anche qualcosa da mettere sotto i denti. Hoang, vietnamita, e Runnoo, mauriziano, divennero presto cuochi capaci di incredibili ricerche di mercato e manipolazione di derrate alimentari per spendere poco e rendere molto. L’attività di Arcobaleno diveniva in tal modo più sommessa, meno eclatante, ma era in grado di venire maggiormente in soccorso agli amici fuggiti dalla miseria dei loro Paesi per venire nel nostro Eldorado, che si rivelava ben diverso dai sogni e dalle speranze. Ai volontari uomini si aggiunsero volontarie, portatrici di forze e idee nuove. Si presero subito a cuore la raccolta e distribuzione di vestiario e cibarie, del mercatino per provvedere alla sussistenza dell’associazione, e con loro ebbe inizio quella che forse è il nostro fiore all’occhiello: la scuola di italiano. Ricordo un pomeriggio del novembre ’86, quando nella stanzetta già semiscura di via Niccolini si fece improvvisamente il buio totale. Alzai la testa dalle carte: il vetro della porta d’ingresso era completamente oscurato da una mole incredibile che chiedeva il permesso di entrare. Capiii subito che non era l’uomo della Sip che aspettavo. Era Enrico. Si occupava non di telefonia, ma di infissi. Tuttavia alla Sip (antesignana di Telecom) aveva fatto dei lavori per conto della sua ditta, e tanto bene che l’ingegnere capo gli aveva assicurato di accontentarlo, qualunque piacere gli avesse chiesto. Fu così che, con una telefonata e qualche battuta un po’ in italiano e un po’ in milanese, il giorno dopo noi avevamo già il nostro attacco telefonico nella sede nuova di via Corsico. Naturalmente ad Enrico, andato anche lui in pensione, era stata fatta la proposta del volontariato in Arcobaleno. Parlammo a lungo e fu subito convinto (ma penso lo fosse anche prima) che quello era il posto giusto per lui. Finimmo col parlare anche di noi. Seppi così che da moltissimi anni era vedovo ed aveva cresciuto da solo tre figli, con molti sacrifici e tanta fede. Il giorno seguente eravamo insieme a lavorare, a preparare la nuova spaziosa sede di via Corsico. Enrico si propose subito come omm de fadiga (uomo di fatica), perché lu no era omm de ment come mi (lui non era uomo di mente come me). L’accoppiata era fatta, anche se poi all’occorrenza si sarebbero scambiate le parti, con reciproco arricchimento. E ogni giorno l’amicizia, vera, cresceva. Ci furono anche momenti di abbandono. Il seme che muore valeva anche per la nostra vicenda in Arcobaleno. A poco a poco tutto rifiorì. Intanto, la salute e l’età che avanzava in entrambi diradavano la nostra collaborazione. L’ultima volta venne lui a trovarmi in compagnia di sua figlia che voleva farmi conoscere l’ultimo nato. Mangiò volentieri il gelato, riempì la sala della sua irrefrenabile allegria. Poi ci salutammo, discendendo le scale a fatica che, come al solito, cercava di mascherare. Pochi giorni dopo, si aggravò. All’ultimo giorno dell’anno lo salutammo in tanti al suo funerale. Quando ci rivedremo, sentirò con piacere dirmi: Ohei, te see rivaa?, sei arrivato? E ci abbracceremo.

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