Bambini sul web, istruzioni per l’uso

Esce oggi in libreria il volume di Città Nuova "Nasci, cresci e posta" di Simone Cosimi e Alberto Rossetti. Un’agile guida utile a capire le dinamiche che definiscono la presenza dei bambini e degli adolescenti sui social. Un volume ricco d’informazioni, con la tesi che accompagna tutte le pagine: i minori sono il bersaglio quasi prevalente e più ambito dalla maggior parte di queste piattaforme e gli strumenti per difenderne la presenza online sono pressoché assenti. Di più: deludenti. Pubblichiamo qui la prefazione di Giovanni Ziccardi, docente di Informatica giuridica presso l'Università degli Studi di Milano.

Sono soprattutto due gli aspetti, e i temi, che mi hanno appassionato nel corso della lettura del libro di Simone Co­simi e Alberto Rossetti: il tentativo, perfettamente riuscito, di illustrare ai genitori – e, in generale, agli adulti – il modo per cercare di sconfiggere quel “vantaggio competitivo” che i più giovani inevitabilmente vantano nell’utilizzo delle tecnologie e dei social network, e la conseguente volontà di spiegare i fenomeni della rete e dei social network in maniera semplice ma approfondita, andando alla radice dei motivi, dei compor­tamenti e delle reazioni con un approccio rigoroso e documen­tato.

Il primo punto è sicuramente il più spinoso da affrontare. Quando, nel 1984, mi fu regalato il mio primo computer, ave­vo 15 anni. Non c’era internet, non c’erano i social network, non c’era il touch screen, non c’era il mouse né le interfacce grafiche. […]

Gli adolescenti oggi si avvicinano a computer che sono completamente diversi. Sono già immediatamente utilizzabili appena estratti dalle scatole, non richiedono periodi di appren­dimento (su YouTube si trovano video di iPad o smartphone dati a neonati o, addirittura, a scimmie, che iniziano a usarli senza problemi) e, in un certo senso, “ingannano” l’utente cer­cando di nascondere la complessità e le reali funzioni nascoste al di sotto per consentire una fruizione immediata, diverten­te e produttiva. Questo comporta che, non appena succede qualcosa di diverso rispetto al percorso già segnato dal sistema operativo a cui l’utente è stato abituato, vi sia una sensazione di timore e di inadeguatezza. Esiste un solo modo per risolvere questo aspetto: riprendere il controllo del funzionamento del­le macchine che si usano quotidianamente, studiare l’architet­tura e le funzioni di questi strumenti. Un approccio da hacker, proprio di chi non si ferma alla superficie delle cose, ma scava per imparare sempre più dettagliatamente.

Nel libro di Cosimi e Rossetti appare spesso, sullo sfondo, questa “invasione” di strumenti elettronici nella nostra società (soprattutto tra i più giovani) che non ha dato il tempo di co­noscere a fondo i dispositivi che si utilizzano, la loro pericolo­sità, le tracce che lasciano, l’amplificazione del messaggio che offrono, la persistenza dell’informazione che diffondono e le reti sociali che creano.

In questo percorso verso la conoscenza, dicevo, i più giova­ni sono ancora indietro, anche se si dimostrano scaltri nell’uso quotidiano delle applicazioni e dei servizi web più comuni. Ma i loro genitori sono, per alcuni versi, ancora più indietro; al punto da dare a figli e nipoti un vantaggio competitivo enor­me, che si traduce, sovente, in un’impossibilità di controllo sulle attività online dei giovani.

Questo libro andrebbe letto, innanzitutto, per cercare di recuperare ciò che ci manca nella comprensione di come il panorama tecnologico sia cambiato coinvolgendo le nuove ge­nerazioni. Modificando tutti gli aspetti della società: giuridici, psicologici, sociali, di mutamento del linguaggio, delle abitu­dini, delle modalità di intessere relazioni ma anche nel lato più profondo, quello della sessualità, degli affetti, della morte e della celebrazione del lutto.

Conoscere a fondo la tecnologia serve non solo a colmare un gap informatico, ma anche a interpretare correttamente e collocare al giusto posto i nuovi fenomeni comportamentali che ruotano attorno alla vita quotidiana dei minori sui social network, e questo attraverso una visione critica che non sia ostile per principio a tutti questi fenomeni, ma che cerchi di comprendere come molti dei fattori contenuti in essi siano or­mai parte della quotidianità dei più giovani, siano il loro modo di “essere” e di “esserci” nella società.

Il secondo punto che appare chiaro nel libro, e che vale sempre la pena ribadire, è che ogni comportamento tecnologi­co dei più giovani ha sempre una radice, un motivo che va ana­lizzato ancora prima di concentrarsi sulla tecnologia, fonden­do considerazioni sulla cultura, sulla società e sull’educazione civica generale col nuovo quadro disegnato dalle reti e dalle tecnologie. Penso, per esempio, a quanto sarebbe importante una reale comprensione, da parte dei genitori, di cosa possa significare, per un adolescente oggi, essere social (ossia essere apprezzato, attraverso like, consensi o visualizzazioni), e quin­di apparire, e condividere questo suo apparire, nell’ambiente che frequenta, per ore e ore, tutti i giorni.

Tanti comportamenti sono oggi tenuti dai più giovani sem­plicemente per “esserci”, per farsi vedere, per dire “io ci sono e condivido questo momento con voi”. Purtroppo tanti com­portamenti, anche negativi, è ben noto che possono sfociare in situazioni criminali, come la diffusione di espressioni d’odio o la pubblicazione di video che riprendono azioni di bullismo.

Sono da tempo convinto che prima, e accanto, a un’opera di educazione civica digitale, che da anni si domanda venga introdotta nelle scuole, sia necessaria una nuova opera di edu­cazione civica “tradizionale”, di ritorno alla legalità e al suo insegnamento. I problemi sociali vengono, infatti, prima dei problemi tecnologici, e molte questioni emerse sui social e sul­le reti potrebbero essere risolte operando, si diceva, alla base.

Spero che questo libro venga letto da genitori, educatori e adulti curiosi. Tutti sappiamo quanto sia difficile far leggere di questi argomenti ai giovani (che, spesso, non vogliono dialoga­re sull’argomento e navigano un po’ a vista). Se, però, già i loro genitori e parenti approfondissero i temi trattati, si creerebbe un quadro migliore, di dibattito e confronto aperto e consape­vole, che potrebbe certamente portare a un miglioramento dif­fuso e a un ripensamento, in molti casi, di tanti comportamenti che oggi sono incompresi o male interpretati.

Prof. Giovanni Ziccardi

Cattedra di Informatica giuridica Università degli Studi di Milano

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