Myanmar: il giorno dei martiri

Era il 19 luglio 1947, quando il generale Aung San, padre del Consigliere di Stato (e primio Nobel per la pace) Daw Aung San Suu Kyi, venne ucciso insieme a tutto il gabinetto del suo governo. Un ricordo importante per una nazione in cerca di pace

Stamattina, giorno di commemorazione di martiri del Paese, percorrevo le strade di Yangon: una mattina con pochissimo traffico per le strade: oggi è festa nazionale. Era il 1984 quando sono arrivato in questa città per la prima volta e avevo 23 anni: ebbi un’impressione molto forte, come di trovarmi indietro nel tempo. Ho iniziato ad amare questa gente e questa terra dal primo momento che ho girato queste strade e ancora oggi il Myanmar è una delle nazioni più affascinanti che ho mai visitato e che conserva aspetti di una vita che ha un sapore di tempi remoti.

Chi era il generale Aung San di cui oggi si ricorda la vita e si piange la sua scomparsa, 72 anni fa? Quando ha iniziato a combattere i dominatori inglesi a soli 20 anni, era solo un giovane rivoluzionario: poi un alleato dei giapponesi e poi ancora dalla parte degli inglesi, per scacciare i giapponesi definitivamente nel 1945: un uomo che ha combattuto per la libertà del suo Paese e ha abilmente saputo destreggiarsi tra le alleanze e i tradimenti della Seconda guerra mondiale. Il generale Aung San ha saputo “costringere” gli inglesi a concedere l’indipendenza alla sua Birmania, come si chiamava allora, con abilità. Un’indipendenza dal vecchio colonizzatore, come attestano documenti del professor Daniel George Edward Hall (1891-1979) pubblicati nella sua Storia del Sud Est Asiatico, e dalle indagini giornalistiche che sono state portate avanti negli ultimi 20 anni, che gli inglesi non hanno mai gradito e perdonato al giovane leader birmano.

Il generale Aung San conosceva i suoi nemici interni ed esterni, le loro trame oscure e pericolose, tanto che stava preparando, proprio nei giorni precedenti all’attentato che gli costerà la vita, nuove misure per far fronte a un crescente pericolo dalle forze straniere avverse contro l’indipendenza del suo Paese. Queste forze straniere tentavano di divedere il Paese, che stava andando speditamente verso l’unità nazionale e la pace. Dobbiamo ricordare che il generale Aung Sann era stato il primo militare e politico a portare al tavolo della pace tutte le fazioni etniche del Myanmar (escluso la fazione karen, leale al governo britannico) e concludere una pace concreta, con la firma degli accordi di pace il 12 Ffbbraio 1947: un reale passo verso la pace. Le fazioni etniche formavano, da quel giorno, lo Stato Indipendente Birmano, con la clausola di autonomia regionale, che ne garantiva un’ampia libertà. Era questa la vera strada per la pace e per lo sviluppo del ricco Paese, che a quel tempo, deteneva il primato di primo produttore ed esportatore di riso in Asia. Il sogno di una Birmania libera, democratica, indipendente e soprattutto in pace, fu stroncato dall’attentato il 19 luglio 1947, dove persero la vita il generale Aung San e 6 ministri del governo, un segretario e una guardia del corpo. Gli eventi che seguirono dopo quel giorno furono disastrosi, li conosciamo dalla storia: iniziò una sanguinosa guerra interna, tra le varie etnie col governo militare che prese il posto di quello civile appena decimato; una guerra civile durata poi per 70 anni e che ha fatto del Myanmar uno dei Paesi più poveri in Asia. La figlia del generale, Aung Sann Suu Kyi, la premio Nobel 1991 per la pace, è oggi il volto noto e conosciuto del Myanmar, e ha ha vinto le elezioni politiche nel novembre 2015. Come lei ebbe a dire in una recente intervista, «se mio padre non fosse stato ucciso, il nostro Paese avrebbe avuto una storia diversa da quella della guerra: ora ci è data una seconda possibilità»

Andando nei mercati di Yangon, si scoprono molte immagini di Aung San Suu Kyi in vendita. Entrando nei negozi, nelle case, parlando con la gente, il sentore comune rimane questo: questa seconda possibilità è rappresentata da questa donna, Daw Aung San Suu Kyi, dall’apparenza fragile, ma che sta dimostrando di essere tenace nel far fronte a critiche sia interne che internazionali. La si accusa di tacere, “di non far niente’’ per i 730 mila profughi rohingya fuggiti verso il Bangladesh dall’agosto del 2017 e s’invoca una sua forte presa di posizione contro i militari, il potente tatmadaw. «La transizione democratica in Myanmar sta andando avanti», ha dichiarato anche recentemente Daw Aung San Suu Kyi. E con lei questo processo sta faticosamente ma inesorabilmente andando avanti. Certo è che occorre ancora tempo. Tenere insieme 135 etnie ufficialmente riconosciute dal governo, non è facile, dopo 70 anni di guerra civile che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime. Come suo padre, il generale Aung San, oggi lei, Daw Aung San Suu Kyi rimane il solo volto credibile e accettato dalla gente, per la pace: forse noi occidentali vorremmo obbligare questo Paese ai nostri parametri e tempistica di democrazia? Ma qui, in Asia, ci vuole rispetto e occorre tempo per sanare le ferite: di tutte le fazioni. Perché la guerra fa male a tutti. L’alternativa a questa “donna forte” sarebbe una sola, al momento: il ritorno alla guerra civile.

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Intanto il generale Augn San e i martiri riposano all’altare della patria ai piedi della bellissima pagoda d’oro, simbolo del Myanmar: la Shewdagon Pagoda. Oggi, finalmente, la gente è libera di andare, pregare, inginocchiarsi, portare fiori sulle tombe dei martiri: anni fa era impensabile un tributo del genere. Credo che a noi convenga restare in silenzio e lasciare un popolo, questi 135 popoli, gestire la loro libertà: senza interferenze.

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