Nel 2024 circa 5 milioni e ottocentomila persone hanno rinunciato a curarsi per motivi economici. La sanità pubblica, che tanti nel mondo ci invidiano, versa in condizioni difficili, per le lunghe file d’attesa per visite ed esami, per i pronto soccorso intasati anche da chi non riceve un’adeguata assistenza dai medici di famiglia, per la cronica carenza di medici e infermieri, che spingono i malati che necessitano di cure urgenti a rivolgersi ai privati. Accade così che negli ospedali una visita in convenzione può essere concessa dopo 9 mesi, mentre privatamente può essere fatta dopo pochi giorni. Non tutti sanno che, in caso di attese troppo lunghe, ci si può far rimborsare dallo Stato e così, molti italiani, per i problemi economici e l’indebitamento, rinunciano a curarsi.
La denuncia è della Fondazione Gimbe, per la quale il calo costante – in termini reali – della spesa sanitaria da parte del governo denota la volontà di smantellare la sanità pubblica a favore di quella privata. Siamo indietro rispetto alla media dei Paesi europei e per fare un esempio significativo c’è il caso della Germania, che destina alla salute quasi il doppio dell’Italia: l’11% del Pil (noi siamo arrivati invece, nel 2025, appena sopra il 6%, sempre in termini reali).
L’anno scorso la spesa pro-capite per la sanità è stata di 3.952 dollari per cittadino, 909 in meno rispetto alla media Ocse e 1.013 in meno rispetto alla media di Paesi europei. La diminuzione degli investimenti è iniziata nel 2011 e, ad oggi, ci sarebbe un divario complessivo di circa 36 miliardi.
La mancanza di cure porta, purtroppo, ad un aggravamento delle condizioni di salute dei cittadini, al peggioramento della loro qualità della vita e alla trasformazione del diritto alla salute e alla cura, come affermano le opposizioni, in un privilegio che sempre meno persone possono permettersi.
