Era 8 settembre 2025 quando i giovani nepalesi sono scesi in piazza per protestare contro il blocco da parte del governo di 26 social network, tra cui WhatsApp, Facebook, Instagram e YouTube.
La misura, adottata per “ridurre i discorsi di odio e le fake news”, era stata percepita dalla popolazione come un atto di censura contro la libertà di espressione, orientata a silenziare lo scontento sociale in un Paese in cui, secondo la Banca Mondiale, il tasso di disoccupazione giovanile arriva al 20%.
Questo, unito alle critiche per corruzione e alle disuguaglianze rispetto ai giovani provenienti da famiglie benestanti aveva provocato manifestazioni davanti agli organi del governo a Kathmandu, la capitale nepalese. Quella che era iniziata come una marcia pacifica sfociò in scontri con la polizia, lasciando almeno 19 vittime, secondo Human Rights Watch.
Il 9 settembre 2025 la violenza si è scatenata, con le case del ministro degli Interni, dell’ex premier e del presidente date alle fiamme. La rivolta si concluse con almeno 76 morti, le dimissioni del primo ministro K. P. Sharma Oli e la fuga dal Nepal del presidente Ram Chandra Poudel.
Dopo un anno dall’accaduto, i familiari delle vittime si sono riuniti per rendere omaggio ai loro cari, mentre l’insoddisfazione verso le politiche governative rimane vivo, nonostante sia subentrato al potere il premier più giovane al mondo, l’ex rapper Balen Shah.
