Monet al Vittoriano

Sessanta opere: dai primi anni di attività fino alle ninfee. Il colore si dissolve in luce, lirica altissima

Periodicamente, Claude Monet torna in Italia, questa volta a Roma con sessanta opere, fino all’11 febbraio. Tutte dalla sua casa-giardino di Giverny e ora al Museo Marmottan di Parigi. Ed è un successo. Il motivo è semplice: lui è innamorato della natura e ce ne fa innamorare pure noi. In questi tempi di emergenza climatica e di bruttezza che distrugge i nostri paesaggi, l’inno alla bellezza della natura è quanto mai attuale. Nostalgia di una purezza scomparsa o comunque perseguitata? Desideri di una infanzia dove tutto si vede con l’occhio innocente così che la natura ci parla ancora? Forse un po’ di tutto questo.

Il fatto è che la rassegna romana, partendo dai primi anni dell’attività dell’artista fino alle grandi Ninfee (con ritratti e vedute), ci riporta il fascino di una creazione, indagata da Monet nel suo giardino, nella quale ha voluto poi egli stesso entrare: non per possederla, ma per diventare un tutt’uno con essa. È la realtà che trasmettono le tele di glicini e di rose, e le enormi ninfee che egli aveva voluto nel suo stagno.

La liquidità del pennello che frange, disperde e poi accoglie lumi ed acque in scintille vaporose ha il sapore della magia, dell’incantamento. Più invecchia, più il pittore dissolve la forma sino a farla evaporare, come aveva fatto l’ultimo Tiziano nei suoi sussulti atmosferici.

Come lui e tanti altri – si veda l’ultimo Rembrandt o Turner – Monet dissolve il colore in luce ed ogni petalo, ramo, onda diventa sotto il pennello veloce, poesia. Si dirà che l’anziano artista ormai ci vedeva poco, ed è vero. Ma proprio per questo forse la sua pittura così fratta è diventata essenziale, ormai fibrillazioni luministiche su cui il nostro occhio indugia. Vorrebbe carpire il lume, il tocco del colore, per stamparselo nella memoria. Inutile. La poesia non si lascia dominare, ci sfugge perchè è più grande di noi il suo respiro.

Osservando le tele della mostra, si avverte che il nostro respiro si alza, si allarga, riempie i polmoni (dell’anima) e diventa un qualcosa che apre la mente ed il cuore, ci fa comprendere la bellezza del divino che muove tutto ciò che noi chiamiamo natura. Anche un giardino, sigillato e intimo, può essere un mondo. Anzi, è il mondo. È il paradiso tornato in terra. Non ci sono figure umane: non servono. Gli uomini stanno fuori dalle tele, nell’attesa che il tocco guizzante e plastico li porti dentro la tela, fino ad immergersi in essa.

Davanti alle Ninfee, e non solo, di Monet, si naufraga nell’infinito, nella bellezza di una natura che celebra sè stessa, come un assoluto. Racchiuso da un grappolo di glicine o un petalo di rosa, da un riflesso d’acqua che contiene il cielo caduto in quel lembo di terra che è il giardino di Giverny, come una grazia.

Ecco il fascino di quest’arte che parrebbe svaporare nel nulla, farsi nulla tanto il colore è liquefatto e pregno di luce; ma questo diventa lirica altissima. La quale ha una unica sorgente, che è poi il segreto della sua seduzione-rivelazione: l’amore.

(catalogo Arthemisia)

 

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