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Persona e famiglia > Sport

Mondiali di calcio: la Norvegia modello per la formazione sportiva, sin dall’infanzia

di Mario Agostino

- Fonte: Città Nuova

Focus sull’exploit della Norvegia ai Mondiali di calcio americani 2026, guardando alle scelte sportive e all’attuale situazione politica del Paese

Tifosi norvegesi festeggiano a Oslo dopo la vittoria della Norvegia sul Brasile ai Mondiali 2026. Credit: ANSA/EPA/Terje Bendiksby – NORWAY OUT.

«Fatico a trovare le parole giuste, perché basta guardare le strade della Norvegia in festa. Ho 25 anni e non ho mai vissuto qualcosa del genere: erano 28 anni che non partecipavamo a un Mondiale. In un certo senso vorrei essere a Oslo in questo momento a festeggiare con tutta la gente, è una cosa semplicemente irreale. Ogni tanto devo darmi un pizzicotto sul braccio per rendermi conto che è vero… perché è qualcosa di enorme. E credo che questo cambierà molte cose in Norvegia». Si era appena conclusa Brasile-Norvegia, gara storica per gli scandinavi, vittoriosi e dunque clamorosamente qualificati ai quarti di finale dei Mondiali di calcio americani, quando Erling Braut Haaland, iconico centravanti dei “vichinghi”, pronunciava queste emblematiche parole dopo avere steso i sudamericani con un’altra doppietta personale. Perché dopo più di un quarto di secolo la Norvegia non assurge agli onori della cronaca calcistica solo in virtù di un risultato comunque ottimo nella principale rassegna mondiale, ma segna una svolta storica della quale certamente per almeno qualche lustro sentiremo ancora parlare a proposito di calcio.

Il modello di programmazione in Norvegia: la Carta dei diritti dei bambini nello sport

Per capire dove inizia, per questo virtuoso Paese di circa 5,6 milioni di abitanti, questa riscossa calcistica, bisogna partire dalle basi e, nello specifico, dalla Carta dei diritti dei bambini nello sport norvegese, introdotta nel 1987: si tratta di un documento che vieta l’agonismo e le classifiche a tutti i bambini che praticano sport fino ai 12 anni d’età, garantendo a tutti i giovani pari opportunità di divertimento, sicurezza e sviluppo di diverse abilità motorie senza pressioni concernenti il risultato sportivo. Oltre a opporsi ai veleni dell’agonismo precoce, punta su principi cardine stabiliti dalla Confederazione norvegese dello sport (NIF) che riguardano l’assegnazione di premi a tutti i partecipanti ad un evento sportivo – secondo il principio del “tutti vincono” – e il focus sullo sport inteso come veicolo di divertimento e di socializzazione.

Nel rispetto dei principi di accessibilità e di inclusione, tali diritti si applicano rigorosamente a tutti i minori senza discriminazione alcuna, poiché tutte le federazioni sportive nazionali hanno l’obbligo di nominare un membro del consiglio responsabile per lo sport infantile. È forse paradossalmente proprio la messa al bando della competizione precoce che ha permesso alla Norvegia di diventare una delle migliori compagini a livello globale, in grado di esportare grandi talenti al di là della modestia del suo campionato nazionale. Il discorso non riguarda peraltro soltanto il mondo del calcio, perché permette a tutti gli aspiranti atleti professionisti di crescere senza stress e senza l’ossessione del risultato sportivo.

Ora, nel calcio d’Italia non manca la carta, nello specifico quella dedicata ai diritti dei bambini e ai doveri degli adulti, come del resto non mancano le leggi, dato che il nostro Paese è uno dei più completi e al contempo arzigogolati al mondo quanto a intrugli giuridici. Manca spesso la volontà di applicarli, i principi ben chiari sulle carte. E il calcio ne ha visto le conseguenze, vista la nostra malinconica assenza ormai da tre edizioni mondiali. Il risultatismo cinico quando non corrotto, soprattutto giovanile, uccide la passione: questo comporta la fine di ogni movimento virtuoso.

Strutture e formazione: il modello norvegese

La Federazione norvegese e i suoi club, come dimostrato dalla recente ascesa europea del Bodø/Glimt (che ha eliminato dall’ultima Champions League l’Inter campione della nostra Serie A) hanno investito massicciamente in centri di formazione al coperto per ovviare alle condizioni climatiche mediamente piuttosto rigide. L’Eliteserien, la massima divisione del calcio norvegese, vede la quasi totalità dei club giocare su campi sintetici riscaldati, con un occhio di riguardo ovviamente anche alla riduzione dell’impronta ecologica: una serie di norme eliminano i tradizionali granuli in gomma (fonti di microplastiche) nei campi sintetici, dando vita a strutture a basso impatto ambientale ed energetico. Se prendiamo ad esempio l’Intility Arena di Oslo (casa del Vålerenga), osserviamo un terreno di gioco in erba sintetica con un moderno sistema di riscaldamento sotto-suolo per permetterne l’utilizzo in ogni stagione.

Ovviamente lo sviluppo delle infrastrutture viaggia di pari passo con quello della formazione dei talenti, come dimostrato dal Norsk Toppfotballsenter, il centro di formazione nazionale di eccellenza fondato nel 2008 dalla Federcalcio norvegese (NFF) e dall’Associazione dei club professionistici (NTF). Il centro focalizza il proprio lavoro su 4 cardini fondamentali: l’abilità tecnica, la preparazione fisica, la costruzione di una mentalità vincente e resiliente e la prevenzione di infortuni e cura della salute. A corroborare il successo di tale modello contribuisce l’applicazione uniforme di una specifica filosofia formativa (Landslagskole), per cui tutte le accademie dei club adottano un sistema di gioco basato sul pressing alto, su moderni schemi offensivi e, soprattutto, sull’importanza dell’autonomia decisionale del singolo calciatore in campo. Il centro collabora peraltro costantemente con i club professionistici della massima serie, da cui non a caso sono usciti alcuni dei campioni oggi protagonisti della Norvegia ai Mondiali, come Martin Ødegaard e lo stesso bomber Erling Haaland.

Oltre la suggestiva Viking Rowdiventata una delle coreografie più virali tra i tifosi di tutto il mondo, ossia la “remata collettiva” al rullo del tamburo di richiamo vichingo da vivere insieme alla squadra come popolo unito -, c’è un Paese da cui tutto il mondo può apprendere molto, sul piano sportivo e non solo. Basterebbe pensare più a costruire, che ad architettare piani finanziari atti a demolire, bombardare e distruggere.

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