Modi sfrutta il coronavirus

A un anno dall’inizio del suo secondo mandato il premier sembra trarre beneficio dalla pandemia, e tira dritto con la sua politica di emarginazione delle religioni di origine non indiana, musulmani in primis

Il 30 maggio scorso Narendra Modi ha celebrato il primo anniversario del secondo mandato come primo ministro dell’India. È stato un anno tutt’altro che facile per il gigante asiatico, soprattutto alla luce delle recenti problematiche create nel Paese dal Covid-19 e dalla necessità di imporre un lockdown che non ha tenuto conto delle masse di persone che vivono alla giornata e che si sono trovati lontani dai loro villaggi, senza un lavoro e spesso senza un tetto, neppure quelli delle bindoville. Ultimamente, poi, si è aggiunto il ciclone che ha colpito la costa orientale del Paese, toccando Odisha e Bengala con danni ingenti anche alla metropoli di Kolkata e un numero non calcolabile di morti. E come se tutto questo non bastasse, sono arrivati nugoli di cavallette che stanno distruggendo i raccolti del nord-India con danni imprevedibili all’agricoltura, all’economia e agli equilibri sociali di un Paese di un miliardo e 300 milioni di abitanti.

A fronte di queste disgrazie, che nel sub-continente per via della dimensione del territorio e il numero della popolazione, assumono dimensioni bibliche, l’impressione è che Modi sia riuscito, con la scaltrezza populista e la retorica che lo distinguono, a trasformare questi grandi problemi – soprattutto il Covid-19 – a suo favore e a non scostarsi di un millimetro dalla sua politica ispirata dall’ideologia del nazionalismo indù. Nei mesi precedenti l’insorgere della pandemia, Modi, con l’aiuto del ministro degli Interni Shah, era riuscito a dare una sua soluzione – in linea con il nazionalismo fondamentalista indù – a due grandi problemi che i governi precedenti avevano affrontato, spesso anch’essi a loro favore, senza tuttavia creare le tensioni sociali che si sono formate con le decisioni della politica Modi-Shah.

Da una parte, il Kashmir è stato privato del suo statuto speciale e ridotto a una non-essenza nel panorama geopolitico del Paese e, dall’altro, l’annoso problema delle migrazioni clandestine da Afghanistan, Bangladesh e altri territori limitrofi è stato affrontato con una pesante discriminazione contro i musulmani, che rimangono gli unici a non poter avere la loro posizione regolarizzata all’interno dell’India. Infine, la Corte Suprema, la cui composizione è stata fortemente influenzata dal primo ministro e dal suo governo, ha risolto definitivamente a favore degli indù la spinosa questione di Ayodya, il territorio contestato fra musulmani e indù, dove una moschea apparentemente sorta sul luogo natale del Dio Rama fu distrutta negli anni ’90. Recentemente, sono iniziati i lavori per la costruzione di un tempio indù.

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Su queste premesse che avevano scosso non poco l’armonia nazionale, è arrivato il Covid-19 che ha colto il Paese non solo nel mezzo delle tensioni socio-religiose di cui si è detto, ma anche in una fase chiaramente critica della sua economia. Ancora una volta, tuttavia, Modi si è rivelato un abile stratega e mago politico, sfruttando al meglio col suo populismo nazionalista la crisi pandemica. È apparso più volte alla televisione, rivolgendosi alla nazione – anzi a tutti «i fratelli e sorelle dell’India» – quasi nuovo avatara, reincarnazione di divinità indù, spesso citando passi delle scritture sacre delle religioni dell’India e sottolineando l’etica e i valori della tradizione religiosa del sub-continente. Ha chiesto al Paese di sapere trasformare la crisi pandemica in una opportunità, dando una forte spinta all’economia perché l’India possa risolvere i suoi problemi. Il tutto mentre dimenticava milioni di lavoratori – senz’altro oltre 40 milioni – che venivano lasciati sul lastrico delle metropoli a giorni di distanza dalle loro case e famiglie. Alcuni di questi hanno addirittura preso a camminare per ritornare ai loro villaggi distanti centinaia di chilometri. Non sono mancate morti tragiche, per stanchezza e fame e per incidenti ferroviari: alcuni lavoratori – si calcola ufficialmente attorno ai 160 – sono stati investiti da convogli mentre dormivano esausti sui binari. Inoltre, questi lavoratori sono stati veicoli per la diffusione del virus che, inizialmente, era stata addossata a un’organizzazione socio-religiosa musulmana che nei giorni dell’esplosione del Covid-19 nel Paese era impegnata in una conferenza a Delhi. Modi è accusato di non essersi consultato con epidemiologi e virologi prima di prendere la decisione, pressoché improvvisa, di chiudere un miliardo e 300 milioni di indiani in casa (per coloro che possono dire di averla), fra l’altro nei mesi più caldi dell’anno con temperature che al Nord arrivano anche oltre i 50° all’ombra.

Inoltre, il primo ministro ha annunciato benefici economici per ovviare alla crisi determinata dalla pandemia, ma si è trattato solo di investimenti nel settore industriale o degli armamenti che non hanno nulla a che fare con la crisi determinata dal coronavirus. Intanto oppositori e giornalisti che hanno messo in evidenza la realtà delle cose sono stati arrestati mentre poca propaganda a livello nazionale è stata fatta di come il governo del Kerala, nel Sud India, abbia saputo affrontare la crisi della pandemia in modo largamente positivo, sia dal punto di vista medico che da quello sociale.

Sebbene siano i musulmani ad avere sofferto maggiormente della politica di nazionalismo indù fondamentalista del governo Modi, anche i cristiani stanno attraversando una fase difficile, sentendosi a più riprese minacciati da tali posizioni del governo. Recentemente, il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Conferenza episcopale indiana, in una delle messe mattutine trasmesse in diretta e seguite da moltissimi cattolici indiani in tutto il mondo, ha messo in luce i rapporti fra Stato e Chiesa riconoscendo che il governo ha un’autorità che viene da Dio, ma con dei limiti precisi. «Non “tutto” appartiene a Cesare – ha affermato Gracias commentando il passo evangelico del “dare a Cesare le cose di Cesare e a Dio quelle di Dio” –. Qui sta la questione dei diritti umani, il valore dell’individuo, il valore della persona umana. Siamo quindi in una situazione in cui comprendere la differenza fra Cesare e Dio, in cui vi sono due diverse “competenze”. Dobbiamo avere saggezza, prudenza, intelligenza per comprendere il modo in cui dare a Cesare ciò che gli è dovuto, partecipando a tutte le responsabilità del governo, pagando le tasse, ecc. Dall’altra parte, abbiamo le nostre responsabilità nel seguire la nostra coscienza quando Dio è implicato».

Il Paese si presenta, quindi, con un governo forte in pieno controllo della situazione, appoggiato dalla classe media indù, ma anche con forti squilibri sociali e religiosi che la pandemia rischia di acuire. Ma Modi tira diritto.

 

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