Migrazioni, Macron non è il modello

Continuiamo l'intervista con Filippo Miraglia, esponente nazionale dell'Arci, in prima fila nell'opposizione alla linea del governo penta leghista, ma fortemente critico verso i recenti governi a guida Pd: «Non si può essere antirazzisti quando si è all’opposizione e rincorrere le destre, votando delle riforme terribili, quando si sta al governo»

Continua la nostra intervista a Filippo Miraglia, esponente nazionale dell’Arci, storica associazione culturale della snistra in Itlia.

Anche chi è d’accordo con l’accoglienza, afferma che esistono limiti quantitativi ragionevoli da porre al loro ingresso. Quali sarebbero a vostro parere?
La legge non prevede limiti e non potrebbe prevederne, giacché si tratta di flussi straordinari e non si possono prevedere per loro natura. D’altro canto questa discussione sui limiti è fuorviante e strumentale, in un Paese che accoglie meno di tanti altri nell’Unione europea (in percentuale rispetto alla popolazione residente) e in una Europa che è soltanto sfiorata da un fenomeno molto importante e tragico per gran parte del Pianeta.

Tra i primi 10 Paesi che accolgono richiedenti asilo, sfollati e rifugiati al mondo c’è un solo Paese europeo, ed è la Germania, non l’Italia. Se guardiamo al lungo-medio periodo, e non al singolo anno, vediamo che, se entrasse in vigore una riforma del regolamento Dublino nel senso di un’equa ripartizione tra i Paesi dell’Ue, l’Italia non ci guadagnerebbe affatto. Forse nei singoli anni, ma, lo ripeto, non sul lungo periodo.

In che senso?
Negli ultimi 10 anni il numero di richiedenti asilo in Italia ha superato di poco le 500 mila unità.  L’Ue nello stesso periodo ne ha accolti più di 5 milioni. In una equa ripartizione, l’Italia che ha il 12% della popolazione dell’Ue, avrebbe dovuto accoglierne 600 mila. Più di quelli che ha accolto. D’altronde i principali nemici di questa ipotesi di equa ripartizione, che ha visto gli ultimi governi italiani promotori di una riforma che va in questo senso, sono proprio i migliori amici di Salvini e della Lega. Come si vede le contraddizioni sono tante e palesi.

In generale cosa ostacola la discussione su una riforma della convenzione di Dublino?
Evidentemente gli egoismi nazionali, che sono il principale alimento delle destre xenofobe e anche il terreno sul quale si sta schiantando l’Europa. Si va verso la direzione opposta a quella del documento per una riforma giusta ed efficace approvata dal Parlamento europeo, ma contrastato dai governi nazionali, compreso quello italiano.

Al di là della Lega, esiste un canale di discussione aperto con settori pentastellati critici verso l’asse Salvini-Orban?
Al momento no. D’altronde l’esperienza della scorsa legislatura ha visto il Movimento 5 stelle schierarsi sempre a fianco della Lega e della destra xenofoba. Hanno fatto mancare il loro sostegno alla riforma della legge sulla cittadinanza e, a parte qualche dichiarazione isolata, si sono sempre espressi in sintonia con Salvini. Dalla definizione delle Ong come taxi del mare, alla condivisione delle peggiori campagne contro le persone di origine straniera e le associazioni che ne promuovono i diritti.

Assistiamo ad un continuo scontro tra Salvini e Macron, con il risultato che il modello francese finisce per sembrare l’esempio opposto a quello dell’attuale governo italiano Cosa non vi convince in questa equazione?

Macron ha costruito la sua immagine internazionale e anche interna sull’idea di rilancio dell’Ue e di protagonismo della Francia nell’Ue. Tuttavia la sua Europa continua ad essere quella delle banche e della finanza. Un modello di sviluppo che ha portato sul lastrico molte persone e interi Paesi, e che ha prodotto un aumento della ricchezza dei ricchi ed una aumento del numero dei poveri.

Un modello che è un avversario dell’Europa e che favorisce gli anti europei. Un modello che non è democratico e quindi favorisce i nazionalismi. Salvini insegue il “sovranismo” che, a parole, è contrario all’Europa delle banche, ma che lo favorisce nella pratica. Inoltre aggiunge un elemento che è diventato la principale caratteristica culturale comune dell’Ue, ossia il razzismo istituzionale, la criminalizzazione delle minoranze di origine straniera. Un elemento che ha caratterizzato le destra xenofobe e razziste anche nella storia d’Europa e che rischia di minare la stessa base del patto sociale senza il quale non c’è democrazia.

Che senso ha la proposta di una grande manifestazione in preparazione per settembre? Non rischia questo evento di diventare l’occasione per misurare l’egemonia interna ad una sinistra divisa? Esistono elementi per farne una occasione di unità al di là dei partiti?

Una manifestazione nazionale è indispensabile per ridare voce alle persone che non sono d’accordo. Ma non può essere una manifestazione finta, dove chi ha sottratto per anni concretamente diritti agli stranieri, scende in piazza contro il razzismo.

Per lo meno vorremmo vedere almeno quattro cartelli tenuti da dirigenti del Pd che dicano: no al codice per le Ong e alla campagna di criminalizzazione che ne è seguita, aboliamo la Orlando Minniti, cancelliamo gli accordi con la Libia, abbiamo sbagliato a non approvare la riforma della cittadinanza, chiediamo scusa a tutte le famiglie di origine straniera presenti in Italia. Se faranno questo io scenderò in piazza con loro.

Non si può essere antirazzisti quando si è all’opposizione e rincorrere le destre, votando delle riforme terribili, quando si sta al governo. Sull’egemonia non saprei dire. Oggi certamente l’egemonia in Italia e in Europa l’hanno conquistata le destre, anche per assenza di un pensiero non marginale e forte delle sinistre. I conflitti interni alla sinistra ci riguardano, riguardano anche le associazioni e i normali cittadini di sinistra, ma non sono interessanti.

Qui il testo della prima parte dell’intervista

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