Fu il processo che cambiò la storia dell’Italia. Lo Stato italiano contro l’apparato dell’antistato, il più grande procedimento penale mai celebrato contro la mafia.
Qualcosa era cambiato nella storia dell’Italia degli anni ’80. Il termine “mafia” – che spesso in precedenza si evitava persino di pronunciare nei consessi sociali e culturali –, veniva “sdoganato” definitivamente e presentato per quello che era: un’organizzazione criminale con un apparato quasi perfetto, ben strutturato, con un sistema piramidale e ramificazioni che raggiungevano i gangli delle principali città siciliane, soprattutto della Sicilia occidentale, ma con ramificazioni importanti anche in quella orientale e collegamenti importanti con le Americhe, soprattutto gli Stati Uniti.
Le rivelazioni dei pentiti, per primo Tommaso Buscetta, contribuirono a svelare e a inchiodare, con una verità processuale, la realtà di Cosa Nostra siciliana. Fu il più duro colpo inferto alla mafia. Le condanne furono pesanti, ma costarono la vita, alcuni anni dopo, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due magistrati del pool antimafia di Palermo guidato da Antonino Caponnetto, che istruì quel processo. In aula, a sostenere l’accusa, furono Giuseppe Ayala e Domenico Signorino.

Palermo 17/02/1986. Processo alla mafia. Il presidente della corte Alfonso Giordano e il giudice a latere Pietro Grasso si consultano con il cancelliere, al centro, durante una pausa. ANSA Oldpix
Alla sbarra 475 imputati; 207 tra loro erano detenuti.
Nessuna aula di tribunale poteva consentire di ospitare un così gran numero di imputati e – ovviamente – anche di avvocati difensori. C’erano 200 avvocati difensori e 32 avvocati delle parti civili ammesse al processo. Per questo – e anche per motivi di sicurezza – venne allestita l’aula bunker nel carcere dell’Ucciardone. Il maxi processo venne celebrato lì.
Il processo durò 21 mesi, si concluse nel novembre 1987. La sentenza condannò 346 imputati, 114 furono assolti. Tra i condannati, 202 vennero condannati per mafia, 108 per traffico di stupefacenti. 19 persone vennero condannate all’ergastolo, vennero inflitti 2.665 anni di reclusione. Le condanne arrivarono per tutti: boss, gregari, picciotti e “colonnelli”.
Ma quel processo ha significato soprattutto una svolta: ha dimostrato che lo Stato poteva combattere la mafia all’interno di un sistema di regole, di una Costituzione, e di un sistema giudiziario, che era in grado di reggere le sorti del paese. Dimostrò la forza dello Stato e, per la prima volta, giudicò la mafia e i mafiosi non già con una serie di piccoli o grandi processi, ma con un “maxi” che riuniva sotto un’unica pesante accusa un numero enorme di imputati. Enorme. Mai era accaduto qualcosa di simile.
Era il 10 febbraio 1986 quando il presidente del tribunale Alfonso Giordano aprì quel processo. Tra i giudici a latere c’era un giovanissimo Pietro Grasso, poi divenuto anche procuratore di Palermo, procuratore nazionale antimafia e in seguito – nel periodo dell’attività politica –, senatore della Repubblica e presidente del Senato.

Palermo, 7-10/02/1986. Processo alla mafia. Nella foto un gruppo di imputati durante il processo. ANSA Oldpix
Alla sbarra c’erano personaggi di spicco della mafia siciliana
Michele Greco, detto “il papa”, elegante e riottoso: sono rimaste celebri alcune sue frasi metaforiche, che lasciavano trasparire velate minacce. C’erano Luciano Liggio, Pippo Calò e Tommaso Buscetta, certamente il personaggio più atteso. Mancavano Totò Riina e Bernardo Provenzano, in quel periodo ancora latitanti, ma che furono comunque condannati all’ergastolo perché riconosciuti come mandanti di vari omicidi, mentre i cugini esattori Nino e Ignazio Salvo furono processati a piede libero. Ignazio venne poi ucciso in un agguato, Nino morì per malattia. Erano tra gli uomini più potenti e ricchi di Sicilia, concessionari delle esattorie dell’isola.

16 dicembre 1987. Il presidente della corte Alfonso Giordano legge la sentenza del maxiprocesso: 19 ergastoli, 360 condanne per complessivi 2.665 anni di reclusione. ANSA
Il presidente Alfonso Giordano era un magistrato e giurista mite e rigoroso
Aveva accettato l’incarico dopo il rifiuto di altri colleghi. In quasi due anni guidò i lavori dell’aula bunker, senza pause, senza cedere alle tensioni e ai ricatti (memorabili le minacce di Michele Greco), mostrando fermezza, carattere forte e, al contempo, rigore e rispetto nei confronti degli imputati. Mai una parola di troppo, mai una concessione ai tentativi di bloccare il processo o di condurlo su binari non confacenti.
Giordano è morto nella sua Palermo all’età di 93 anni, nel luglio 2021. Più volte era stato intervistato e aveva ricordato con semplicità quegli anni e quel servizio reso allo Stato. Consapevole di aver contribuito a scrivere un pezzo di storia, di aver guidato un processo che ha segnato uno spartiacque nella storia della lotta dello Stato contro la criminalità organizzata.
La sentenza del maxiprocesso resse fino all’ultimo grado di giudizio, fino alla Cassazione, con l’ultima sentenza di gennaio 1992. Pochi mesi dopo Cosa Nostra – che sperava di vedere dissolte le accuse in Cassazione, come purtroppo era avvenuto altre volte (magari solo per un cavillo procedurale come accadeva con qualche magistrato rimasto famoso) – reagì violentemente uccidendo Falcone e Borsellino. Evidente la connessione causale e temporale. Qualcuno aveva pagato per tutti. Prima di Falcone e Borsellino, a cadere sotto i colpi delle armi era stato, a marzo, l’eurodeputato Salvo Lima, esponente andreottiano della Democrazia Cristiana, l’uomo ritenuto il referente dei boss per “aggiustare” i processi in Cassazione. Il processo non era stato “aggiustato”. La sentenza resse e la reazione fu forte.
Quelle immagini che negli anni ‘80 fecero il giro del mondo oggi sono parte preziosa degli archivi Rai e di molte testate giornalistiche. Immagini passate alla storia. Da allora Cosa Nostra è cambiata e la grande stagione delle stragi è, fortunatamente, ormai solo un ricordo. La mafia degli affari, che si incunea nei gangli del sistema legale, oggi è più difficile da combattere. Persino da individuare. Perché si salda con altri fenomeni, purtroppo crescenti, di corruzione e malaffare.
Ma anche oggi – in un contesto mutato e in una situazione di emergenza che non è affatto venuta meno, anche se ha mutato veste – il maxiprocesso segna una pietra miliare. Ha dimostrato – anche a coloro che erano scettici e rassegnati – che lo Stato può combattere la mafia. Combattere e vincere.
