Se Giovanni Falcone fosse ancora vivo

Un ricordo del magistrato ucciso dalla mafia nell’ottantesimo della sua nascita

Se fosse ancora vivo, Giovanni Falcone avrebbe 80 anni. Li avrebbe compiuti il 18 maggio. Li avrebbe festeggiati con una torta di fragole, come ha ricordato la sorella Maria. Difficile dire come sarebbe stato un Falcone ottantenne. In pensione, avrebbe probabilmente dedicato la sua vita all’attività con i giovani e nelle scuole, come oggi fa sua sorella Maria, come ha fatto Rita Borsellino e, prima di loro, Antonino Caponnetto.

La città in cui è nato e dove è morto lo ricorda. Falcone è un emblema, un simbolo della lotta contro la mafia. Eppure, durante la sua esistenza dovette superare ostacoli insormontabili. Era uno dei magistrati del pool antimafia, creato da Rocco Chinnici e, dopo la sua morte, guidato da Antonino Caponnetto. Quattro magistrati formavano un pool che coordinava tutto il fronte delle indagini contro la mafia, scambiandosi informazioni, anzi costituendo una sorta di database. Si, perché la lotta alla mafia non è e non può essere un fatto occasionale, estemporaneo. Non si può perseguire il singolo reato, bisogna conoscere e riconoscere il contesto criminale, la fitta rete di un’organizzazione che si muove su più livelli. Fu il magistrato che utilizzò i pentiti: Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. I risultati sfociarono nel maxi processo di Palermo ed in numerose condanne. Per preparare l’istruttoria Falcone, Borsellino e le loro famiglie furono ospitati all’Asinara, per garantire la loro sicurezza. Il rischio attentati, prima del processo, era altissimo. E con il  maxi processo arrivarono le condanne: 265 persone subirono condanne pesanti.

Il pool venne smantellato nel 1988 allorché Antonino Caponnetto andò in pensione. Gli successe Antonino Meli, giudice con una grande anzianità di servizio. Il Consiglio Superiore della Magistratura lo preferì a Giovanni Falcone. Meli preferì i metodi investigativi del passato, il pool venne chiuso. Seguirono anni difficili, di polemiche continue. Nel frattempo, Paolo Borsellino era stato trasferito alla Procura di Marsala. Falcone ideò l’ufficio del Procuratore nazionale antimafia che più d’uno contestò perché ritenuto un tentativo di asservire alla politica l’ufficio del magistrato. Infine, accettò l’incarico di Direttore dell’Ufficio Affari Penali a Roma, dal ministro della Giustizia, Claudio Martelli.

Nel 1989 un ordigno venne collocato sotto gli scogli della villa affittata da Falcone, all’Addaura e dove il magistrato avrebbe trascorso qualche giorno ospitando due colleghi, tra cui Carla Del Ponte. L’attentato fallì, forse a causa di un difetto dell’ordigno e perché lo stesso Falcone se ne accorse. Anche lì non mancarono le polemiche, qualcuno si spinse ad accusare Falcone. Lui, amaramente commentò: «Questo è il Paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è la tua che non l’hai fatta esplodere». Furono anche gli anni dei veleni, del “corvo” di Palermo, con delle lettere anonime, con accuse incrociate, che partivano dalla Procura di Palermo e che facevano intravvedere come la mafia ed i poteri occulti facessero di tutto per fermare Falcone, creando il vuoto attorno a lui.

Falcone, che per primo fu il protagonista di indagini coordinate anche con gli Stati Uniti, ma anche con la Svizzera, paradiso fiscale dei capitali mafiosi. Lì intrattenne rapporti con la procuratrice Carla Del Ponte. Quando morì il giudice Antonino Scopelliti disse, ancora una volta, che la mafia avrebbe raggiunto anche lui.

Il detonatore entrò in azione il pomeriggio del 23 maggio. Giovanne Falcone stava rientrando da Roma, insieme alla moglie, Francesca Morvillo. Morirono entrambi, insieme a tre agenti della scorta. Due mesi dopo sarebbe toccato a Paolo Borsellino.

Dal 2015 la sua tomba è al Pantheon di Palermo, tra gli uomini illustri. Lo Stato tributa i massimi onori ai suoi uomini migliori.

La sorella di Falcone, Maria, che mantiene ancora la sua memoria e continua a ricordarlo in giro per l’Italia, lo ha ricordato con poche parole in un’intervista per l’agenzia Agi:

«Sarebbe un ottantenne in trincea – ha detto – capace di dare un grande apporto. (…) Avrebbe continuato a dare il suo contributo, io credo in modo persino più spettacolare e importante, ammesso che gli altri non l’avessero ostacolato e distrutto, perché la diversità e la grande capacità creano spesso antagonismo e avversione».

Se non fosse morto Falcone avrebbe ancora tanti nemici e la stagione dei corvi sarebbe continuata. Perché si distrugge anche e soprattutto delegittimando. Falcone lo sapeva, lo aveva capito. Per questo, sconfitto a Palermo, dove non avrebbe più potuto fare i processi come prima, aveva accettato l’incarico a Roma. Perché aveva un obiettivo: la giustizia. E la sconfitta della mafia. Sapeva anche di dover morire, lo aveva ripetuto più volte durante la sua esistenza. E la mafia colpisce quando lo Stato lascia soli i suoi uomini migliori. A lui era accaduto. Lo avevano lasciato solo.

Falcone aveva detto: «La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni».

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