Ma quanto siamo fragili!

L’ultimo film di Eugenio Cappuccio “La mia ombra è tua” è un viaggio italiano nel mondo dei giovani e degli adulti alla ri-conquista dell’innocenza.
L'attore Marco Giallini. Foto: Stefano Colarieti / LaPresse

«Sono un uomo perduto! Andrò all’inferno, ho tradito il mio amore, dimenticato mio padre morto». Piange Emiliano De Vito, 25 anni, fiorentino, laureato in lettere antiche – “antichissime”, qualcuno lo burla -, disoccupato, chiuso da sempre nel suo bozzolo, con una ragazza insoddisfatta di lui. Dice queste frasi dopo una serata in un lupanare di periferia dove lo ha portato Vittorio Vezzosi, sessantenne ricco, strafatto, solo, che gode cinicamente (ma è solo una apparenza) di un unico libro di successo globale scritto decenni prima e che il ragazzo, inviato dal suo professore, dovrebbe convincere a scrivere il sequel.

È una delle scene commoventi della commedia diretta da Cappuccio dal romanzo di Edoardo Nesi. Ma ce n’è un’altra: durante il viaggio verso Milano che la strana coppia compie per un revival dello scrittore finito sui social – ma in verità lui cerca solo l’antico amore di un tempo (“nella vita si ama una donna sola”) – Vezzosi ascolta in macchina dalla figlia lontana la trama del film Interstellar sul rapporto padre-figlia. L’uomo duro piange. Le lacrime di Marco Giallini che lo interpreta sono vere, personali: il regista è riuscito a far sì che Giallini superasse Giallini e facesse uscire la sua vena autentica, personale e fragile.

Cappuccio ha fatto lo stesso con un attore assai coscienzioso come Giuseppe Maggio, credibilissimo nell’interpretare gli attuali “giovani vecchi”, la loro desolazione, la paura, la rabbia per una generazione precedente che gli ha tolto la speranza, la nostalgia del padre (e non della madre, superficiale e protettiva).

Cappuccio narra l’incontro-scontro tra il neolaureato e lo scrittore disamorato come un viaggio di crescita reciproca che può diventare stima e anche affetto in una società dove gli influencer dettano legge, dove il passato viene decantato nostalgicamente e dove ci si sfrutta senza troppi scrupoli (Milano è rappresentata come icona gelida nella foresta di grattacieli che ne nascondono la disumanità).

L’Italia dei locali periferici, della droga facile, degli hotel di lusso, dei dirigenti volgari e degli influencer robotizzanti si alterna a quella della bellezza paesaggistica e artistica, della ricerca di un amore, di una innocenza. Cappuccio non sentenzia, racconta, o meglio fa dire ai personaggi, anche a quelli che parrebbero di contorno – l’amico di colore dello scrittore, l’amore antico Manuela, cioè una grande Isabella Ferrari – che c’è ancora spazio per diventare o ridiventare esseri umani, capirsi fra generazioni, amare davvero e lungo il tempo. Cosa che spetterebbe ai giovani (“Voi dove salvare il mondo”), ai poeti come si nota nella citazione bellissima della felliniana Dolce vita.

Le donne sono onnipresenti nelle varie espressioni come personaggi forti, ma il film trova la sua originalità pure nell’affrontare la figura del padre come oggetto di un amore cercato dai giovani e ripensato dagli adulti.

Tutto viene detto con leggerezza, rapidamente ma con pause dialogiche riflessive intense, emozionanti, nel mezzo di musiche giuste (Rossini…), di una fotografia chiara e bella, ed anche di momenti scherzosi e brillanti. La vita insomma, anche oggi, vale la pena di viverla: è così veloce, basta viverla davvero, senza falsi inganni e non da soli. Da soli non si cresce, nessuno. L’amore si può trovare.

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