L’università italiana supera l’esame

Risultati (anche positivi) e qualche perplessità per la valutazione ministeriale. L'importante è che valutare significhi offrire strumenti per governare, non per giustificare tagli e chiusure. Il confronto internazionale nel terzo articolo della serie sul rapporto Anvur
Università Cagliari

Per la prima volta l’università italiana è stata sottoposta ad una grande opera di valutazione, o – come l’ha definita il Ministro Carrozza – di trasparenza. Per la prima volta quella stessa università che si è sempre presentata al di sopra di ogni giudizio è stata sottoposta essa stessa ad un bell’esame. E così anche la vita “facile” del professore universitario – nell’immaginario collettivo considerato un barone o quanto meno alla stregua di un ozioso intellettuale – è stata scomodata e messa  in discussione.

Ma andiamo per ordine e procediamo punto per punto. Dopo un lungo e non indolore percorso durato anni, sono stati finalmente pubblicati i risultati della “Valutazione di Qualità della Ricerca” (VQR) che ha sottoposto ad analisi tutte le strutture (atenei, dipartimenti ed enti vari) di ricerca italiane.

Veniamo dunque al primo punto:cosa è stato valutato? Solo la ricerca. La didattica – ossia il fatto che le università italiane abbiano essenzialmente anche una mission educativa rivolta a migliaia di studenti, dottorandi, specializzandi, assegnisti e persone in formazione di vario genere – non è stata praticamente presa in considerazione.

È stata una precisa scelta di campo perché secondo le istituzioni ministeriali è la ricerca che differenzia l’insegnamento accademico da quello secondario. Sarà anche vero, ma dare troppo peso alla sola ricerca come fattore di qualità rischia di far inevitabilmente passare in secondo piano la didattica e soprattutto le persone che frequentano le nostre accademie.

Vi è poi un altro rischio: quello di rimandare un’idea della ricerca come attività elitaria e autoreferenziale, che può essere svolta solo tra le mura di un laboratorio, senza curarsi del proprio pubblico, degli effetti sociali e dell’aspirazione a farsi “popolare” e diventare un sapere trasmissibile per le generazioni presenti e future.

Secondo punto: come è stata effettuata la valutazione? Per costruire il principale indicatore di qualità è stato richiesto ad ogni ricercatore (leggasi anche docente) di indicare i 3 prodotti più significativi della propria attività di ricerca pubblicati tra il 2004 e il 2010. A parte dunque che si tratta di una valutazione già vecchia, essa è stata in realtà effettuata – dato non trascurabile – su criteri non noti all’epoca presa in considerazione.

Inoltre, è stato esplicitamente chiarito che oggetto della valutazione dovevano essere le strutture e non i singoli; ma le informazioni raccolte non solo sono basate in maniera praticamente esclusiva su dati individuali, ma soprattutto non premiano affatto la cooperazione e il lavoro in team svolto nella stessa struttura!

Terzo punto: quali sono i principali risultati? Ad una prima lettura essi sembrano un po’ deludenti, nel senso di scontati. Le università più virtuose in tema di eccellenza nella ricerca risultano sostanzialmente localizzate nel Nord d’Italia, dove la storia e le connessioni con il tessuto sociale ed economico sono sicuramente più consolidate. Spiccano in particolare tra le grandi università Padova e Milano Bicocca; tra le università di medie dimensioni Trento, Bolzano e Ferrara; tra quelle piccole Pisa Sant’Anna e la Luiss Carli di Roma.

Ma i risultati più interessanti riguardano il confronto internazionale. Per quanto parziali e validi solo per alcune aree scientifiche, è sorprendente notare che l’Italia è tra le eccellenze in termini di ricerca: a livello europeo, l’Italia risulta più produttiva della Spagna e in linea con la Francia, mentre a livello mondiale è in media rispetto ai Paesi OCSE.

Insomma, la nostra vituperata università non è affatto quel carrozzone di nullafacenti a cui si pensa normalmente. Certo, ha ancora tante possibilità di crescita, internazionalizzazione e miglioramento, ma, tenendo conto dei finanziamenti limitati di cui ha fruito ultimamente, i risultati sono più che soddisfacenti.

Infine, un ultimo punto strettamente legato al tema dei finanziamenti: quali sono le finalità della valutazione e quali gli obiettivi di miglioramento? In parte questa valutazione servirà a premiare le strutture più virtuose, ma diciamoci la verità: un effetto perverso di ciò potrà essere l’aumento delle differenze esistenti tra strutture, dipartimenti (e allora anche aree scientifiche) e probabilmente anche Nord e Sud d’Italia.

Inoltre, si dovranno evitare strumentalizzazioni. La valutazione – è stato chiarito dal Consiglio universitario nazionale (CUN) – deve servire a valutare, anche tramite punteggi, non ad effettuare delle classifiche (vedi lo slogan “rating e non ranking”). Quindi, sotto l’egida della valutazione non può passare una distinzione tra università di serie A e università di serie B, né tanto meno tra università eccellenti, dedicate alla ricerca, e università mediocri, dedicate alla didattica. Non può passare neanche una razionalizzazione (leggasi chiusura di poli accademici) indiscriminata.

Insomma, valutare significa offrire degli strumenti per governare, non giustificare tagli e chiusure. D’altra parte finora le riforme hanno preceduto le valutazioni e una conoscenza empirica approfondita delle università. Almeno questa volta ci sarà materiale per riflettere e – speriamo – puntare sul positivo che già esiste, per valorizzare la competitività della nostra università, sia a livello nazionale che internazionale.

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