Cosa sta accadendo in Brasile e come si spiega la vittoria inaspettata di Lula che apre scenari di ogni tipo dopo la fuga dal Paese di Bolsonaro?
Ne parliamo con Gianni Alioti, già responsabile dell’ufficio internazionale della Fim Cisl, che è amico di lunga data di Luiz Inácio Lula da Silva, l’unico vero “presidente operaio” passato dalla tuta blu da metalmeccanico al vestito consono al ruolo di presidente del più grande e ricco Paese dell’America Latina. Una carica che ha conquistato per la quarta volta dimostrando una grande capacità di resistere alle pesanti avversità che ha dovuto affrontare nella vita.
Alioti ha mantenuto stretti rapporti con il Brasile dove si reca di frequente per motivi familiari ed è tra l’altro il traduttore di molti testi del teologo Leonardo Boff, che esprime quella profonda corrente di pensiero intrinsecamente legata all’itinerario umano e politico del riconfermato ottantenne presidente del Brasile.
Sei rimasto sorpreso dal risultato del secondo turno delle elezioni presidenziali brasiliane?
Sono rimasto sbalordito. I numeri mostrano chiaramente la dimensione del recupero: tra il primo e il secondo turno Lula ha guadagnato quasi 10.400.000 voti in più. Ha vinto con il 51,79% dei voti contro il 48,21% di Bolsonaro, con un distacco in termini assoluti di quasi 4,5 milioni di voti. Si tratta di una cifra estremamente rilevante, spinta dal recupero dell’astensionismo e dalla mobilitazione democratica dei giovani.
Il voto del primo turno è stato preso sottogamba dai sostenitori di Lula?
Non solo dai suoi sostenitori, ma in generale da coloro che hanno a cuore la difesa della democrazia. I sondaggi prima del 4 ottobre davano Lula persino vicino alla possibilità di superare il 50% al primo turno, mentre poi si è ritrovato distanziato di oltre 2 milioni di voti.
Cosa ha fatto la differenza nel secondo turno?
Una forte reazione spontanea dal basso, partita dagli studenti e dai giovani Niteroi e Rio de Janeiro, diffusasi poi con un vero e proprio effetto domino. Questa mobilitazione non è stata nemmeno convocata ufficialmente dal PT, dalla centrale sindacale CUT o dall’UNE – l’unione nazionale degli studenti. I giovani, che sono ancora percentualmente molti in Brasile, si sono caricati sulle spalle la campagna elettorale ponendo al centro la questione democratica e la difesa delle libertà civili e dei diritti sociali.
Perché?
Perché con la vittoria di Flavio si sarebbe concentrato un potere senza precedenti nelle mani della famiglia Bolsonaro: il Partito Liberale controlla per la prima volta la maggioranza al Senato e alla Camera dei Deputati, ha eletto buona parte dei governatori degli Stati brasiliani. Flavio Bolsonaro, ha dato per scontato il risultato del 2° turno al punto di dichiarare con arroganza che, conquistata anche la presidenza della Repubblica, avrebbe cambiato la Costituzione brasiliana e sarebbe intervenuto sul Supremo Tribunale Federale cambiando almeno la metà dei suoi componenti. E ha avuto la presunzione di definire – come se avesse già vinto – la propria squadra di governo, con ministri già designati.

Andre Janones abbraccia Lula da Silva durante i festeggiamenti per la vittoria elettorale ANSA EPA/SEBASTIAO MOREIRA
Cosa ha influito sul voto oltre le grandi manifestazioni popolari nelle piazze?
Al netto delle gravi interferenze accertate nel primo turno del voto brasiliano da parte di alcune Big Tech nord-americane come Meta, che gestisce Facebook, Instagram, WhatsApp ecc. le cose, nella capacità di gestione dei social network, sono cambiate.
Se al primo turno Flavio Bolsonaro dominava sui canali social, al secondo turno il canale su WhatsApp “Esercito di Lula” creato dal giovane deputato federale di Minas, André Janones ha superato i 10,5 milioni di follower, diventando il 2° maggiore canale dell’applicativo in Brasile e il 15° al mondo. Mediante nuovi linguaggi e modalità di utilizzo del canale è riuscito a moltiplicare l’impatto sui social, attraverso la condivisione di pubblicazioni, commenti dei video, ricerca di parole chiave su Google e, allo stesso tempo, rilancio di hashtags su X. Impatto sui social che, oltre a migliorare la comunicazione ha innescato anche alle mobilitazioni di piazza nella vita reale.
Come si può leggere la geografia del voto brasiliano?
Il Brasile è oggi un Paese fortemente polarizzato anche geograficamente. Storicamente, il PT e Lula nascono nell’area industriale di San Paolo. Tuttavia, a partire dalle elezioni presidenziali del 2002, il peso politico ed elettorale del PT si è spostato in modo determinante nel Nord-Est, che rappresenta la regione storicamente più povera ed economicamente più arretrata del Brasile. Al secondo turno, il Nord-Est ha confermato un sostegno plebiscitario a Lula, permettendogli di recuperare tantissimi elettori che si erano astenuti al primo turno.

Sostenitori di Flavio Bolsonaro ANSA EPA/RICARDO RIMOLI
Come si spiega, invece, l’egemonia di Bolsonaro negli Stati del Sud e del Sud-Est?
Gli Stati del Sud (Rio Grande do Sul, Paraná, Santa Catarina) e del Sud-Est (San Paolo, Rio de Janeiro, Minas Gerais, Espirito Santo) presentano una realtà sociale ed economica più paragonabile a quella europea. Lì storicamente è dove c’è stato un forte sviluppo industriale e dei servizi, una crescita della classe media e della classe lavoratrice organizzata, un’imprenditoria diffusa. Una realtà che ha vissuto e vive le stesse trasformazioni che abbiamo conosciuto qui in Europa, con la finanziarizzazione dell’economia, con i cambiamenti tecnologici, con la precarizzazione dei rapporti di lavoro, con l’impoverimento della classe media… e con una progressiva concentrazione della ricchezza in poche mani.
Come funzionano questi centri di potere ?
In Brasile esiste una continuità tra concentrazione di potere politico e rendita nella lobby latifondiaria nazionale (la più numerosa e trasversale nel parlamento brasiliano) e i grandi interessi delle corporate multinazionali legate all’agribusiness. In particolare, alla produzione e all’esportazione di soia, concentrata nel Rio Grande do Sul, Paranà e Mato Grosso e in espansione verso la regione amazzonica e del cerrado con conseguenze ambientali devastanti. In questi Stati del Sud del Brasile, nei giovani della generazione Z e tra gli adolescenti le tesi ideologiche del bolsonarismo (anche grazie alla “Teologia della Prosperità” dei neo-pentecostali) e del trumpismo hanno fatto presa profonda, indebolendo la spinta di cambiamento sociale e collettivo che il PT e il nuovo sindacalismo avevano rappresentato negli anni ’80 e 90.
Quali sono i vincoli strutturali con cui Lula e il PT devono confrontarsi adesso con un Parlamento di destra?
Il PT, né con Lula né con Dilma Rousseff alla presidenza della Repubblica, a ha mai governato da solo. Oltre che essere Governi di coalizione, sono sempre stati costretti a negoziare e mediare con forze politiche di centro e di destra che erano maggioranza sia in Senato, sia nella Camera dei Deputati, sia tra i Governatori dei singoli Stati. Adesso dovranno fare i conti con un quadro politico spostato decisamente sull’estrema destra bolsonarista sia in Parlamento, sia nel governo degli Stati. Inoltre, dovranno misurarsi (come prima) con lo strapotere delle corporate multinazionali e del capitalismo finanziario (fatto nuovo) con l’aggressività geo-politica e militare dell’amministrazione Trump verso l’America Latina.

Luiz Inacio Lula da Silva a San Paolo ANSA EPA/SEBASTIAO MOREIRA
La solita supremazia dei poteri economici sulla politica?
Di fatto, il Parlamento brasiliano non si divide primariamente per appartenenze di partito politico, bensì per lobby e rappresentanze di interessi espliciti. Sono associazioni trasversali ai partiti chiamate “Bancadas Temáticas” (Frentes Parlamentares). La lobby più numerosa ed egemone nel Congresso (Camera dei Deputati e Senato) è quella latifondiaria e dell’agribusiness, una forza trasversale a quasi tutti i partiti. Accanto a questa le principali sono quella Evangelica; quella della Sicurezza Pubblica formata da ex-poliziotti ed ex-militari; quelle basate sui diritti identitari (femminista, nera, LGBT+), quella ambientalista, quella sindacale, quella delle imprese ecc. La politica in Brasile va quindi letta attraverso il peso di questi blocchi d’interesse reale piuttosto che attraverso le mere sigle partitiche.
Esiste ora, dopo la sorpresa del ballottaggio, il rischio di un’escalation di violenza, di un intervento degli Stati Uniti o di uno scontro militare/guerra civile promosso dal bolsonarismo?
Per arrivare a uno scontro militare ci vorrebbe un coinvolgimento e una corresponsabilizzazione diretta e profonda da parte di Trump, il quale al momento appare più cauto e concentrato su altri equilibri internazionali. Inoltre, diversi governatori e parlamentari dell’opposizione di destra hanno già riconosciuto la vittoria democratica di Lula. E poi c’è il fattore equilibrante del Centrão.
Cosa è il Centrão ?
È il “grande centro”, una sorta di doroteismo stile vecchia Dc, composto da partiti senza grandi ideologie ma molto pragmatici. Con una presidenza Bolsonaro il Centrão sarebbe stato marginalizzato dall’estrema destra capace di imporsi sui numeri, mentre con Lula presidente questa area grigia torna ad avere un forte potere negoziale su ogni singola legge. L’aspetto fondamentale è che la vittoria di Lula ha bloccato il programma di cambio di sistema radicale (sull’esempio del modello Milei in Argentina) che Bolsonaro intendeva applicare.
All’interno del PT coesistono anime diverse, comprese componenti dell’estrema sinistra. Come si sono collocate rispetto all’esperienza di governo Lula?
Nel PT c’è sempre stata una componente trotskista molto importante, denominata Democrazia Socialista. A differenza di altre formazioni trotskiste esterne come il PSTU, Democrazia Socialista non si è mai separata dal PT; ha mantenuto un approccio molto pragmatico, condividendo le responsabilità di governo e arrivando ad esprimere anche dei ministri nei governi Lula.
Chi è politicamente e culturalmente Lula? Come si è formato il suo pensiero politico?
Lula è fondamentalmente un sindacalista metalmeccanico proveniente da São Bernardo do Campo. Non aveva una formazione politica partitica precedente alla nascita del PT, quindi si è formato attraverso l’esperienza sindacale e all’interno del processo stesso di costruzione del partito.
L’influenza culturale e sociale principale sulla sua figura e sulla nascita del PT (e della CUT) proviene dall’impegno sociale del mondo cattolico, in particolare dalla Teologia della Liberazione e dalle comunità ecclesiali di base. L’impostazione del PT nasce da un modello che si può definire di laburismo cristiano: la determinazione dei lavoratori di smettere di delegare la propria rappresentanza a politici o partiti tradizionali per assumere direttamente la responsabilità della guida politica.
Qual è stato il ruolo del sindacalismo internazionale, e in particolare italiano, nelle origini del movimento di Lula?
È stato un ruolo fondamentale. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, pochissimi sindacati internazionali scommisero sul “nuovo sindacalismo” di opposizione in Brasile. Tra questi c’erano la CISL italiana (con dirigenti come Alberto Tridente, Pippo Morelli, Pier Carniti, Luigi Cal, Franco Bentivogli, Raffaele Morese, Mario Sepi ecc.), la CFDT francese e, all’interno della CGIL, Bruno Trentin e Tonino Lettieri (in minoranza rispetto la linea della loro confederazione).
Allora, il sistema sindacale brasiliano era controllato direttamente dallo Stato tramite il Ministero del Lavoro ed era strutturato sulla Carta del Lavoro di stampo corporativo mussoliniano.
E l’opposizione comunista che linea seguiva?
I partiti comunisti dell’epoca sostenevano l’entrismo nel sindacato ufficiale corporativo. La CISL, al contrario, si spese con numerosi progetti di solidarietà e cooperazione internazionale per sostenere lo sviluppo e l’autonomia del nuovo sindacalismo guidato da Lula (e dai suoi successori) affinché rompesse con il modello corporativista controllato dallo Stato.
Come ha vissuto Lula questa spaccatura nel sindacato?
Lula racconta spesso un aneddoto di quegli anni per descrivere la sua posizione: “I comunisti mi accusavano di essere un sindacalista in mano alla CIA, e gli americani mi accusavano di essere comunista”. Una contraddizione simile alla celebre frase del vescovo Hélder Câmara che diveva: “Quando do da mangiare ai poveri mi chiamano santo, quando chiedo perché sono poveri mi chiamano comunista”.

Festa in piazza per la rielezione di Lula ANSA ( EPA/ANDRE COELHO
Lula ha vinto le elezioni, ma come farà a governare con un Congresso a maggioranza di estrema destra?
Sarà sicuramente molto difficile. Ciononostante, la vittoria di Lula ha un valore enorme perché ha impedito la concentrazione del potere nella famiglia Bolsonaro e l’alleanza diretta con l’amministrazione Trump e i gruppi neo-pentecostali.
Va precisato che il mondo evangelico non è un blocco omogeneo schierato interamente con Bolsonaro. Ad esempio, Marina Silva fa parte dell’Assemblea de Deus, una delle chiese evangeliche più importanti. Le chiese evangeliche storiche mantengono posizioni diverse, mentre il vero nucleo conservatore è costituito dai neo-pentecostali, che dispongono di enorme potere finanziario e sono fortemente radicati nelle aree dell’agrobusiness.
Come si traduce questa egemonia politica dal punto di vista geografico e territoriale, in particolare in Amazzonia?
Analizzando la mappa elettorale, Lula ha prevalso nel Nord-Est, nel Nord, in Minas Gerais ma anche in città importanti come San Paolo, otre che in alcune enclave e centri-urbani del resto del Paese. Bolsonaro ha invece dominato nel Sud, nelle zone rurali e interne del Sud-Est e Centro-Oeste, e in quegli Stati dell’Amazzonia Legale (Acre, Rondônia, Mato Grosso, Roraima) e nelle aree che coincidono con l’arco della deforestazione amazzonica, dove si è imposto il modello produttivo agro-industriale a scapito della difesa della foresta e delle popolazioni indigene.
In che modo il governo Lula è riuscito a gestire co realismo questo conflitto sociale e ambientale?
In regioni come Santarém (nel Pará) esiste un conflitto aperto tra le comunità indigene e ribeirinhas (popolazioni tradizionali la cui vita è integrata al ciclo dell’acqua del più grande bacino fluviale al mondo) da una parte, e i grandi colossi del commercio mondiale della soia (le statunitensi Cargill, Bunge, Adm; la francese Ldc; la cinese Cofco) dall’altra. Queste ultime spingevano per progetti come il dragaggio del Rio Tapajós (il principale affluente del Rio delle Amazzoni), che avrebbe distrutto l’ecosistema locale e la vita di intere comunità. Con Lula al governo la lotta degli indios è riuscita a bloccare il progetto. La linea di Lula garantisce quantomeno che ecologisti e popolazioni indigene in Amazzonia (e non solo), abbiano nelle istituzioni brasiliane un interlocutore e garante, pur dovendo bilanciare enormi pressioni economiche e finanziarie.
