Il modello inaugurato dal presidente Nayib Bukele in El Salvador si è rapidamente diffuso e impone condizioni estreme: i detenuti vivono in celle condivise da 65 a 80 persone, con luce artificiale ininterrotta e letti costituiti da lastre metalliche, senza materassi. Sono vietate le visite familiari e qualsiasi contatto con l’esterno. Un regime di eccezione ha reso possibili detenzioni di massa, forte presenza militare, drastiche restrizioni procedurali e processi collettivi.

Il presidente dell’El Salvador Nayib Bukele . Ansa, EPA/RODRIGO SURA
Numerosi leader cercano di replicarlo. In Honduras, Xiomara Castro ha annunciato un penitenziario per 20 mila detenuti. Costa Rica e Perù hanno comunicato piani simili, mentre in Ecuador, Panama e Guatemala sono stati annunciati o avviati progetti analoghi. In Colombia, il presidente Abelardo de la Espriella ha proposto dieci megacarceri.
Il successo del modello salvadoregno non può, tuttavia, essere ignorato. La violenza delle pandillas (le bande giovanili, ndr) è diminuita drasticamente e il tasso di omicidi, che aveva raggiunto la cifra di 105 per 100 mila abitanti nel 2015, ha raggiunto nel 2024 il livello più basso della storia recente del Paese, secondo le cifre ufficiali. Human Rights Watch riconosce la forte diminuzione della violenza, ma segnala che le restrizioni nell’accesso ai dati e i cambiamenti nei criteri di classificazione rendono difficile una verifica indipendente completa.

Detenuti all’interno di una cella presso il Centro di Confinamento per il Terrorismo (Cecot) a Tecoluca, El Salvador, 4 aprile 2025. Ansa, EPA/RODRIGO SURA
Tuttavia, questi progetti non garantiscono riforme strutturali. La storia della criminalità organizzata nel continente sudamericano mostra che la detenzione di massa, da sola, non è sufficiente a ridurre in modo sostenibile la violenza. In Ecuador, per esempio, la mancanza di controllo statale, il sovraffollamento e le cattive condizioni hanno consentito alle organizzazioni criminali di dominare le carceri, utilizzandole per reclutare, estorcere e contendersi il potere; un carcere più grande non corregge da solo queste debolezze.

Una foto diffusa dalla Presidenza di El Salvador mostra le guardie del Centro di Confinamento per Terroristi (Cecot) mentre trasferiscono presunti membri della banda criminale nota come Tren de Aragua, a San Luis Talpa, El Salvador, il 16 marzo 2025. Ansa, EPA/Presidenza di El Salvador
In El Salvador, il Cecot (Centro de Confinamiento del Terrorismo) è stato concepito per impedire alle organizzazioni criminali di mantenere questo controllo e comunicazione. Il suo regime estremamente restrittivo, tuttavia, suscita forti critiche sul piano dei diritti umani e del giusto processo. Human Rights Watch ha documentato detenzioni prolungate in condizioni di incomunicabilità, assenza di contatto con familiari e avvocati, carenze sanitarie e altre condizioni che possono costituire trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
È importante tenere presente che le organizzazioni criminali non sono una semplice somma di delinquenti: funzionano attraverso reti economiche, mercati illegali, riciclaggio di denaro, corruzione, controllo territoriale, armi, reclutamento e strutture di comando.

Una foto diffusa dal governo di El Salvador mostra il trasferimento di membri di bande criminali al Centro di Confinamento per il Terrorismo (Cecot) a Tecoluca, El Salvador, l’11 giugno 2024. Ansa, EPA/Governo di EL SALVADOR
Una prigione può isolare persone pericolose e interrompere alcune comunicazioni, ma non smantella automaticamente le reti che operano al di fuori delle sue mura. Inoltre, costruirla è solo l’inizio: mantenerla richiede personale, sanità, sorveglianza, tecnologia e risorse giudiziarie. Quando aumenta il numero di detenuti, queste risorse competono con investigazione criminale, prevenzione, giustizia e reinserimento. Sovraffollamento e carenza di programmi di riabilitazione restano sfide regionali.
La dignità umana del detenuto non può scomparire. Una cosa è rinchiudere una persona condannata attraverso un processo che garantisca i suoi diritti; altra cosa è inserire l’espansione penitenziaria in contesti di detenzioni di massa, custodia cautelare prolungata o restrizioni del diritto alla difesa.

Il Ministro della Giustizia e della Pace della Costa Rica, Gerald Campos Valverde (al centro), visita il Centro di Confinamento per Terroristi (Cecot) a Tecoluca, El Salvador, il 4 aprile 2025. Valverde ha visitato il Cecot, il carcere di massima sicurezza di El Salvador e simbolo della “guerra” del presidente Nayib Bukele contro le gang, nell’ambito di una visita ufficiale nel Paese centroamericano. EPA/RODRIGO SURA
Le megacarceri hanno, inoltre, una forza politica difficile da ignorare: sono visibili, fotografabili e trasmettono un’immagine immediata di controllo. È molto più difficile mostrare una procura che indaga meglio, una polizia capace di seguire i flussi finanziari criminali, un programma che riduce il reclutamento giovanile o un carcere che prepara una persona a tornare alla vita sociale.
Per questo, la domanda non è soltanto se una megacarcere “funziona”, ma quale tipo di sicurezza costruisce, quali problemi lascia intatti e che cosa accade alla persona quando la politica giudiziaria comincia a vederla unicamente come una semplice cifra.
La vera sfida per l’America Latina potrebbe allora essere questa: come costruire uno Stato abbastanza forte da affrontare il crimine organizzato senza rinunciare, nella lotta contro di esso, alle garanzie che dovrebbe proteggere?
