L’ostinata felicità di Anna Frank

In occasione dei 90 anni dalla nascita, ripubblichiamo un articolo uscito su Città Nuova nel 2015, a 70 anni dalla morte per tifo, nel lager di Bergen-Belsen, della ragazzina ebrea che nonostante tutto scriveva: «Quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, anche questa spietata durezza cesserà»
Una foto di Anna Frank

Verso la metà di marzo del 1945, il giorno esatto non si sa, nel lager di Bergen-Belsen moriva di tifo una ragazzina ebrea di 16 anni. Anna Frank. Il giorno prima, sempre di tifo era morta sua sorella Margot. Erano state contagiate da un’epidemia di tifo petecchiale che aveva colpito i deportati di uno dei luoghi peggiori del campo. «Erano magrissime – ricorda una sua compagna di prigionia – avevano un aspetto tremendo. Bisticciavano a causa della loro malattia.

Avevano i posti peggiori della baracca, giù vicino alla porta… Anna stava davanti a me avvolta in una coperta e non aveva più lacrime. Raccontò che le bestioline nei vestiti la facevano rabbrividire e che per questo aveva gettato via tutti i suoi abiti. Radunai tutto quello che potevo per darlo a lei, affinché fosse di nuovo vestita. E da mangiare neanche noi avevamo molto. Ma ho cercato di dare qualcosa della nostra razione di pane». Poche settimane dopo la loro morte gli inglesi liberarono Bergen Belsen.

Anna Frank, una delle tanti uccise dall’odio nazista, è celebre soprattutto per il suo diario scritto durante il lungo periodo passato in un nascondiglio, l’alloggio segreto, insieme ad altre sette persone. Il diario fu trovato nell’alloggio segreto e consegnato dopo la guerra al padre di Anna, unico superstite della famiglia. Fu pubblicato ad Amsterdam nel 1947. Ebbe un enorme successo.

Da esso traspaiono due mondi sovrapposti. Uno esteriore, che è soggiogato dalla furia della malvagità: «C’è negli uomini un impulso alla distruzione – annota Anna – alla strage, all’assassinio, alla furia, e fino a quando tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subito una grande metamorfosi, la guerra imperverserà: tutto ciò che è stato ricostruito o coltivato sarà distrutto e rovinato di nuovo; e si dovrà ricominciare da capo».

L’altro interiore, di una ragazzina adolescente che rimane tale nonostante quello che accade attorno a lei, presa dalla “sua strana e ingiustificata allegria” o dalle sue crisi di identità: «Sento ogni cosa diversamente da come la esprimo, e perciò mi qualificano civetta, saccente, lettrice di romanzetti, smaniosa di correre dietro ai ragazzi. L’Anna allegra ne ride, dà risposte insolenti, si stringe indifferente nelle spalle, fa come se non le importasse di nulla, ma, ahimè, l’Anna quieta reagisce in maniera esattamente contraria. Se ho da essere sincera, debbo confessarti che ciò mi spiace molto, che faccio enormi sforzi per diventare diversa, ma che ogni volta mi trovo a combattere contro un nemico più forte di me».

Anna crede nella felicità, anche se in quei tempi pare assurda: «Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità… Chi è felice farà felici anche gli altri, chi ha coraggio e fiducia non sarà mai sopraffatto dalla sventura!».

Anna non vuole perdonare Hitler e i suoi complici criminali. Nell’ebraismo il perdono è essenziale per la sopravvivenza del mondo ed è legato in maniera indissociabile alla giustizia. Ma il perdono è concepito come un processo che si definisce “teshuvà”, cioè “recupero del giusto cammino”: chi ha offeso deve prendere atto che l’azione da lui commessa è scorretta, deve confessarla come tale a sé stesso e nel proprio intimo davanti a Dio, impegnandosi a non ripeterla più, per poi chiedere perdono a chi ha offeso e riparare attivamente al male fatto.

A sua volta l’offeso deve concedere il perdono richiesto, anche se può rifiutarlo per ben due volte, ma alla terza deve cedere. Se non lo si perdona, chi ha offeso non è più tenuto a chiedere scusa. In questa ottica, il perdono è personale, non può essere delegato: ciascuno può perdonare il male arrecatogli a chi glielo ha fatto direttamente. Una singola persona può non può perdonare il male fatto alla collettività.

Anna Frank, nel suo modo adolescenziale, continua a essere un monito contro la malvagità che ancora si ripresenta nella storia. Ma il suo è anche un invito alla libertà interiore, a un giovanile e cocciuto ottimismo, a una ostinata decisione nell’affrontare il mondo degli adulti: «Anche se ho appena 14 anni, so perfettamente che cosa voglio, so chi ha torto e chi ragione, ho la mia opinione, il mio modo di vedere le cose e i miei principî».

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