L’ombra della ragione

Da Goya un monito che arriva a noi. Mai far sopire l’intelligenza.
Goya Autoritratto
A Palazzo Reale dipinti, disegni e stampe di Goya; fra questi spuntano dei “Picasso”, “Klee”, “Mirò”, “Bacon” e tanti altri suoi eredi. Ma eredi di cosa? Della sua passione e della chiaroveggenza, dell’immaginazione fantastica e della lucidità nel mostrare la follia della propria gente, della propria terra e del proprio tempo. Il popolo dell’artista madrileno è fatto di soldati e ballerini, operai e mendicanti, damerini e furfanti. Le figure sono trattate con un tono semplice e popolare che però lascia spesso intravvedere una nota di devianza: è lo scollamento fra l’individuo e la società dalla quale è emarginato, adulato o ingannato. Le scenette di genere lasciano presto il posto ad immagini dove il comico si piega al grottesco. Le risate che animano i personaggi sono fin troppo dichiarate e sempre sul limite di trasformarsi in un ghigno malefico. I giochi e i passatempi presagiscono alle azioni bellicose e tutt’altro che innocue che di lì a poco irromperanno nell’opera di Goya.

Il suo mondo e il suo tempo non possono lasciarlo tranquillo.

 

La gente è stretta in una morsa impietosa: da un lato regnanti ottusi, usurpatori e profittatori; dall’altro un’Inquisizione che si scatena con una ferocia cieca. È una Spagna fatta di ingiustizie e soprusi, rivolte e sanguinose repressioni. Il mondo impazzito che ritroviamo nelle stampe di Goya, ahimè, non è quindi così fantasioso. Il linguaggio schietto e coinvolgente assume il ruolo di una denuncia sempre diversa: a volte sottile, altre ironica, altre ancora spietata. Emblematica la sua incisione più celebre: Il sonno della ragione genera mostri. Quando il lume della ragione si spegne nel torpore, la notte diventa complice di un’orrenda fuoriuscita fatta di mostri alati, felini e strani esseri notturni.

Meno metaforiche le immagini tratte dalla serie “I disastri della guerra”: le torture perpetrate da un uomo a un altro incarnano visivamente l’infausta legge del “Mors tua vita mea”. L’aspetto mostruoso di governanti, prelati e comandanti è lo specchio di una bestialità interiore. A nulla vale la fuga dalla capitale per scappare dai mostri e dalla follia che la abita. Goya, in cerca di calma e tranquillità, ripara nella periferia madrilena. La sordità lo isola ancor di più dal mondo esterno ma, chiuso su sé stesso, ritrova ancora gli stessi incubi; per convivere e sopravvivere a loro, decide di non nasconderli o ignorarli, ma di riversarli all’esterno dipingendoli sulle pareti di casa. Nascono così le agghiaccianti “pitture nere”.

 

Infine, vecchio, sordo e debole, Goya si sposta a Bordeaux. In questo soggiorno realizza il suo ultimo dipinto: luci e colori de La lattaia di Bordeaux dipingono una serenità materna, una pace inaspettata. La tecnica è nuova, fresca, felicissima, quasi l’annuncio dell’impressionismo che esploderà in Francia cinquant’anni dopo.

Solo una mente illuminata può svelare con l’arte i pregiudizi, i dogmi, le aberrazioni dell’uomo in preda all’irrazionalità e al fanatismo; e solo un animo che, dopo aver visto tanta morte, decide di arrendersi alla vita, può rischiarare tutto il nero dipingendo la tenerezza di un sorriso.    

 

Goya e il mondo moderno. Milano, Palazzo Reale, fino al 27/6 (catalogo Skira).

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