Lo spazio condiviso

Conclusa con successo la prima missione sperimentale (senza equipaggio umano) della navicella statunitense Orion, che sostituirà gli Shuttle andati in pensione 3 anni fa. Nel 2020 il primo volo con equipaggio. Obiettivo finale, dopo il 2030, mettere piede su Marte. Ma perché ogni nazione fa per sé? A quando il Cern dello spazio?
Orion

L’astinenza è durata 3 anni, ma ora gli Usa hanno di nuovo una navicella con cui viaggiare nello spazio. Dopo gli anni eroici delle missioni Apollo, che dal 1961 al 1975 portarono 12 uomini a passeggiare sulla Luna, furono le navette Shuttle a garantire per trenta anni, dal 1981 al 2011, la continuità delle missioni su e giù dalla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) in orbita intorno alla Terra a 400 chilometri di altezza.   

Adesso, dopo un periodo in cui per rifornire la Iss sono stati utilizzati soprattutto i lanicatori e le navicelle russe, per gli Usa comincia una nuova fase: grazie alla navicella Orion potranno tornare, con equipaggi umani, a volare oltre l’orbita terrestre, verso Marte. Bisognerà però avere un po’ di pazienza: per adesso siamo solo ai voli sperimentali, e i tempi non saranno rapidi. In questa prima missione è stata verificata soprattutto la tenuta dello scudo di protezione, che durante la fase di rientro nell’atmosfera ha resistito ad una temperatura di 2200 gradi. Tutte le operazioni, compreso l’ammaraggio nell’oceano davanti alle coste della California, sono state gestite in automatico dal computer di bordo.

Altra sperimentazione riguarderà nel 2018 il nuovo vettore che dovrà spingere la navetta, sempre senza equipaggio umano, fino alla Luna, per una circumnavigazione senza scalo e tutta in automatico. Finalmente nel 2021 arriverà la prima missione con equipaggio (da 4 a 6 posti disponibili) seguita, ma solo dopo il 2030, dal volo verso l’obiettivo finale: Marte.

Tutte queste date, però, sono da prendere col punto interrogativo perché i soldi a disposizione della Nasa, l’ente spaziale americano, sono pochi, per cui il programma potrebbe subire un ritardo. A rendere incerta la prospettiva contribuisce anche l’accesa discussione tra chi vuole andare direttamente verso Marte, senza sprecare soldi in altre missioni, e chi ritiene invece che sia molto più strategico ritornare prima sulla Luna, dove impiantare una base permanente, e poi tentare il balzo verso Marte.

A questo bisogna aggiungere che altri Paesi, come la Cina e l’India, non stanno a guardare e hanno già in corso ambiziosi programmi di esplorazione umana dello spazio: la Luna dovrebbe essere visitata dai cinesi nel 2024. Sia la Cina che l’India, in questi anni, nonostante l’embargo nei trasferimenti di tecnologia spaziale da parte degli Usa, hanno sviluppato propri programmi nazionali sia per i razzi lanciatori, che per le navicelle spaziali.

Ricordiamoci che uno dei motivi dello sforzo incredibile che gli Usa sostennero con la missione Apollo fu la paura che la Russia arrivasse per prima a mettere la bandiera sulla Luna. Partirà dunque la corsa al possesso degli asteroidi e dei pianeti del Sistema Solare?

Per fortuna esiste una apposita Commissione delle Nazioni Unite sull'uso pacifico dello spazio extra-atmosferico (COPUOS) − di cui fanno parte, tra gli altri, Usa, Russia, Cina e India – che ha definito un trattato che prevede che nessuna nazione possa rivendicare il possesso di risorse poste nello spazio (tanto meno quindi pianeti o asteroidi), e vieta di condurre test o istallare presidi militari nello spazio profondo.

Tutto questo però non basta. Perché nell’esplorazione dello spazio non si può arrivare ad un unico programma internazionale come si fa, ad esempio, nella ricerca delle forze fondamentali in fisica? Gli enormi investimenti richiesti per la realizzazione dell’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra, e i successi conseguenti, sono stati possibili solo perché tutti i paesi del mondo si sono messi insieme, condividendo le risorse e permettendo a migliaia di scienziati di collaborare liberamente allo sforzo comune.

Questo esempio vincente di unità di intenti a livello mondiale, anche come messaggio per le nuove generazioni non dovrebbe rimanere isolato. L’Unione europea, che con il suo ente spaziale (Esa) sta dimostrando che la collaborazione tra stati è possibile anche in questo campo, potrebbe farsi promotrice di un ambizioso programma mondiale di esplorazione spaziale condiviso. Inizialmente si può cominciare con chi ci sta, come è successo per l’avventura del Cern, altri poi si uniranno. Coraggio.

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