L’identità nel tatuaggio

La moda della pelle dipinta dilaga un po’ ovunque. Perché e come? Qualche tentativo di risposta da antropologo. Semiseria, anzi no

Viaggiando in giro per il mondo, soprattutto tra popolazioni che una volta venivano definite “primitive”, ma che oggi vengono giustamente chiamate “tradizionali” o “ancestrali” o “autoctone”, o aggettivi simili, più volte m’è capitato di ammirare la sapienza di certi tatuaggi che riproducevano segni astrali, simboli esoterici, tradizioni secolari o millenarie. Misteriche o misteriose. Che fosse tra i maori a Wellington, tra i tuareg in Marocco, tra i caribi di Dominica o tra gli aymara del Lago Titicaca, quei segni sulla pelle mi erano sembrati un tuffo nel passato ma attualizzato, una straordinaria maniera di tramandare l’identità di un popolo, di un’etnia, di una tradizione secolare, di un’arte della pittura su pelle capace di dire: da qui vengo, nessuno mi può togliere le mie radici, la pelle è me.

Ora i tatuaggi impazzano anche da noi, i negozi che li praticano sono abituali, non ci facciamo più caso, i calciatori vengono riconosciuti più dalla pelle pittata che dal volto o dalla capigliatura o dalla casacca: la coiffure la cambiano ogni settimana, la maglia ogni mese, o quasi. Appunto, l’attaccamento alla maglia di un Maldini, che si riconosceva a prima vista (non so se ora abbia dei tatuaggi) dal solo portamento, chissà dov’è finito.

Oggi sono andato in spiaggia qui in Italia, dopo anni. M’è sembrato d’essere improvvisamente arrivato nel bel mezzo di una tribù, che ne so, sudamericana o mesoamericana, per via del colore della pelle, vergognandomi per la mia abbronzatura da muratore, per giunta senza alcun segno distintivo. In mezz’ora, sorbendo un aperitivo con gli amici al bar, mi sono dilettato a inventariare le infinite forme dei tatuaggi esposi orgogliosamente dai bagnanti. Stanziali o nomadi? È la prima domanda dell’antropologo. In effetti, cedendo all’istinto del ricercatore, ho cercato di capire dai tatuaggi, seguendo il maestro Lévi-Strauss, se fosse possibile identificare e distinguere gli uni dagli altri, ma invano: una ruota si alternava a una casa, un aereo a un cuore, una Ferrari a una torre. Boh. Ho dovuto rassegnarmi a stendere il semplice elenco delle decorazioni dermatologiche.

Un tentativo supplementare l’ho fatto per capire se c’erano segni distintivi delle tribù guerriere e di quelle invece pacifiche, ma anche lì ho dovuto arrendermi, non ho trovato possibili serialità: frecce e lance e alabarde e pugnali li ho scorti sugli arti di donzelle e vegliardi, ma egualmente cerchi e linee ondeggianti e sinusoidali. Nulla da fare.

Una donna non giovanissima inalberava sulla schiena scoperta ad arte un’enorme croce arzigogolata, come quelle degli armeni per intenderci, e poi un palestrato anch’egli in vena religiosa aveva una Madonna di Lourdes dipinta su un bicipite che era delle dimensioni della coscia dell’a donna armena: che fossi finito in una popolazione che trovava la sua ragion d’essere nel culto cristiano? Manco per sogno, ecco una quasi anoressica giovincella con segni chiaramente demoniaci, dal collo fin alle caviglie. Mentre un giovane dal codino altezzoso inalberava sul petto, perfettamente depilato, una lunga scritta che diceva: «No Gods, no saints, no faith, no hope. Just me». In caratteri godici, please: nessun Dio, nessun santo, nessuna fede, nessuna speranza. Io solo. Poveretto, morirà di solitudine.

Disperato nella mia impossibilità di afferrare la natura intima della tribù nella quale mi ero trovato sbattuto senza preavviso alcuno, mi sono rassegnato a continuare la redazione dell’elenco, allorché mi si è offerta un’altra possibile chiave di lettura, questa volta legata alla zoologia: trovavo infatti una gran quantità di riferimenti ornitologici (gabbiani, colombe, aquile…), entomologici (farfalle, ragni, scarafaggi…) e erpetologici (serpenti, salamandre, ramarri…). Che fossi finito in una tribù amazzonica lontana da riferimenti culturali indo-europei? Macché, delusione quasi istantanea, dinanzi a brutte copie colorate della Venere di Botticelli, della Gioconda leonardesca o dell’Adamo michelangiolesco.

Che fare? Ho deciso di strappare la mia lista e di concentrarmi sul calice di prosecco offertomi dagli amici. Di sicura identità veneta, tribù del nordest italico.

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