Liberi dalla paura

Uscire dal declino della natalità richiede un radicale cambiamento di prospettiva

Ogni anno l’Istat conferma il costante progressivo calo delle nascite con un tasso di fecondità di 1,32 figli a donna. Ne basterebbero 2,1 per andare in pareggio e invece, il numero di morti è, da tempo, superiore alle nascite. Nel 2017 l’anagrafe ha registrato 100 mila italiani in meno, con un calo di 15 mila nascite rispetto al 2016, per arrivare al nuovo minimo storico di 458 mila neonati. La fondazione Robert Schuman, dal nome di uno dei padri della Comunità europea, ha steso nel 2018 un rapporto inquietante (“Europa 2050: suicidio demografico”) prevedendo per metà  del secolo la perdita di 49 milioni  di persone in età lavorativa nel “vecchio continente” a fronte della crescita di popolazione africana di un miliardo e 300 milioni persone. Un recente e diffuso saggio di Stephen Smith (Fuga in Europa) parla di un tasso di fecondità inarrestabile come un rullo compressore che porterà in 30 anni ad avere un 25% di popolazione africana nei Paesi europei. Stima comunque contestata da Fraçois Héran, direttore dell’istituto francese di demografia, che parla solo di un 4%.

La paura dell’invasione assale anche il signor Rossi e la  casalinga di Voghera, cioè la personificazione dell’italiano medio che bada al sodo, non sopporta gli intellettualoidi, e sa bene che lo stipendio, quando c’è, non è sufficiente, e che i giovani, anche se pochi, non trovano lavoro e vanno via, soprattutto dal Sud. I figli possono farli i ricchi, altrimenti è difficile fare la spesa o pagare una bolletta e fanno ridere le prediche sulla famiglia perché non conta nulla quando i governi decidono dove mettere i soldi.

C’è però chi sa parlare, in tv e sui social, a questo cittadino smarrito per convincerlo che è in atto un vero «piano di sostituzione» degli italiani con la popolazione straniera. E la cosa sembra vera quando ascolta certi esperti che sostengono la necessità dell’immigrazione per coprire il calo delle nascite e trovare chi si accontenta di paghe più basse. Al timore subentra, allora, il “rancore” che sfocia nella “cattiveria” per citare le ultime relazioni sullo “stato del Paese” proposte dal Censis.

La casalinga di Voghera è un’astrazione dell’Italia degli anni ’60, cioè nel pieno boom demografico seguente alla fine della Seconda guerra mondiale, con un’economia in forte crescita e l’aspettativa di un mondo migliore che muoveva alla conquista di maggiori diritti sul lavoro, a cominciare dalla stabilità, ma anche di una certa idea di emancipazione della donna dal ruolo esclusivo di madre.

Dopo pochi decenni ci ritroviamo con nascite sotto zero e un Paese in recessione. Cosa è avvenuto? Per un lungo periodo, in Italia, parlare di famiglia è stato un tabù. Ha pesato la memoria storica delle politiche demografiche del regime fascista che investì, senza grandi risultati, per dare numero e potenza ad una “stirpe”, poi fatta precipitare nel disastro della guerra. Gli esperti del Club di Roma lanciarono nel 1972 l’allarme sui “limiti dello sviluppo” in un Pianeta dalle risorse non infinite, alimentando una mentalità antinatalista piuttosto che una critica radicale dell’ingiustizia economica.

Oggi dovrebbe essere chiaro che non si può parlare di gelo demografico senza affrontare alla radice un sistema che crea diseguaglianze inaccettabili.

È in questo senso che può comprendersi l’appello estremo alla conversione ecologica integrale chiesta a tutti da papa Francesco che ci invita a tener presente che «tutto è connesso». Ad esempio, a che serve approvare la legge più avanzata di conciliazione tra famiglia e lavoro se poi permettiamo a una grande società di buttare sulla strada 1.600 operatori di call center come avvenuto, di recente, nel caso Almaviva? Possiamo parlare di famiglia senza affrontare i conflitti ambientali? La risposta eloquente ci arriva dalle madri che in Veneto difendono i figli dall’inquinamento da Pfas. Non possiamo, insomma, separare la famiglia dalla società nel suo insieme. Ad esempio. È illogico pretendere tasse sulla casa che non strozzino le famiglie con figli e accettare piani di cementificazione delle città.

 

Il controllo demografico

Allo stesso tempo, bisogna risolvere l’ambiguità dell’ideologia dello “sviluppo sostenibile” sostenuta da molte istituzioni internazionali che punta a pesanti politiche di controllo demografico, compreso ovviamente l’aborto, come è emerso nel 1994 nella conferenza del Cairo promossa dall’Onu su “popolazione e sviluppo”. Il Corriere della sera per anni ha ospitato gli editoriali del politologo Giovanni Sartori, allarmato dal boom di nascite in Africa e che invitava a fermare la crescita demografica “ad ogni costo”.

Da tempo, insomma, incombe il terrore dello tsunami demografico africano, senza tener conto che parliamo di un continente dagli spazi enormi (si veda intervista al demografo Dalla Zuanna a seguire), composto da culture e storie complesse assai diverse, come sa chi segue l’eccellente stampa missionaria.

I segnali di una paura diffusa si colgono nella scelta di fermare i migranti lontano dai nostri confini. Lo conferma l’accordo europeo vigente con la Turchia per bloccare il corridoio balcanico dei profughi siriani, i rapporti con le fazioni libiche per i campi di detenzione per migranti, al centro di accuse per gravi violazioni dei diritti umani, e la trattativa con il Niger, strategico nodo dei flussi migratori, che, secondo alcune serie organizzazioni umanitarie, avrebbe compreso grosse forniture di armi. La scelta della paura ha portato il nostro Paese a sabotare, assieme agli Usa e al gruppo di Visegrad, l’accordo mondiale sulle migrazioni, promosso dalle Nazioni Unite, e sostenuto dalla Santa Sede, per mettere al centro la dignità di chi espatria.

La vera minaccia che dobbiamo affrontare è la perdita del nostro senso di umanità che sfocia nell’indifferenza davanti alle morti dei migranti affogati in mezzo al mare o congelati al confine con la Francia.

Sono i segnali di una sindrome da assedio sostenuta dalla convinzione di trovarci in una fase di declino irreversibile in un’epoca di «scomposizione dell’ordine mondiale» come la definisce l’autorevole Ispi (Istituto di studi politici internazionali).

 

La soluzione possibile, se si vuole davvero

Alle soluzioni estreme di Sartori rispondeva, qualche anno fa, Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano, citando l’evidenza di molti studi secondo cui «più che misure coercitive sulla riduzione della quantità dei figli, la vera risposta è la promozione dell’investimento sulla qualità delle nuove generazioni per tutte le ricadute positive che produce». Oggi Rosina si dice convinto della possibilità di invertire il calo demografico in Italia raggiungendo risultati apprezzabili nel medio e lungo termine. Ma occorre un forte piano di investimenti. È quello che, per fare un esempio concreto, avviene in Trentino Alto Adige con interventi strutturali di attenzione alle famiglie che decidono di avere figli. È un sistema che si può esportare nel resto d’Italia, ma chiede un capovolgimento di prospettiva. Come afferma Neodemos, forum italiano di analisi e proposte dei maggiori studiosi italiani in materia, bisogna intervenire urgentemente perché «la “questione demografica” frena lo sviluppo, appesantisce i conti pubblici, rallenta la produttività, pone in tensione la coesione sociale del Paese».

Ma per accogliere davvero un figlio, prima del migliore sistema possibile, occorre liberarsi dalla paura.

 

Africa, numeri e vecchi pregiudizi

Intervista a Giampiero Dalla Zuanna, professore ordinario di Demografia all’Università di Padova

 

Il modello Trentino Aldo Adige, come propone il suo collega Rosina, può invertire il declino demografico?

È bene partire dai casi dove crescono i livelli di fecondità perché sono state adottate politiche concrete. Non sono misure contro la povertà, ma misure di perequazione sociale per assicurare ad ognuno che viene messo al mondo di avere le stesse opportunità. È facilmente intuitivo che chi ha già due fratelli è penalizzato dal punto di vista economico. Se non interveniamo fiscalmente, produciamo una diseguaglianza.

Ma tale sistema non è un caso difficile da riprodurre nel Paese?

Politiche fiscali a favore delle famiglie con figli sono state adottate anche in Russia e Ungheria, per motivi nazionalistici, e hanno funzionato. La Francia poi è un caso eclatante. Le politiche fiscali a favore della famiglia nascono nel 1870 dopo la resa della battaglia di Sedan per motivi anche qui nazionalistici (nasceva un francese ogni due tedeschi). Il sistema del quoziente familiare viene introdotto nel secondo dopoguerra perché rientra in questa mentalità. Una famiglia con 4 figli percepisce il doppio dello stipendio di un medesimo nucleo familiare italiano. Alla donna incinta arriva a casa un dossier con tutte le informazioni sui diritti che può esercitare. È la presa in cura di un bene pubblico. Il che comporta far pagare meno tasse alle coppie con figli e di più a quelle senza prole. Una conseguenza non accettata in Italia, dove prevale un diverso senso comune che vede il figlio come un bene privato, altrimenti non si spiega l’impossibilità a introdurre interventi perequativi nel nostro Paese, a prescindere dalla modalità concreta. Non c’è volontà politica. Nella scorsa legislatura la proposta dell’assegno unico comportava una spesa di 6 miliardi di euro, ma si è preferito investire 10 miliardi sugli 80 euro. Ora si preferisce il cosiddetto reddito di cittadinanza o il prepensionamento chiamato quota 100.

La crescita demografica africana non condurrà inevitabilmente a una pressione verso l’Europa?

Tassi di crescita del genere si sono registrati in India a partire dal 1950, ma non c’è stato alcun esodo di massa da un enorme Paese dove restano sacche di miseria accanto alla nascita di gruppi industriali in grado di comprare il controllo delle nostre acciaierie. L’Africa è stato fino agli anni ’50 un continente drammaticamente sottopopolato, per effetto del traffico degli schiavi, miserie e guerre intestine. L’Africa ha ampi margini per contenere un incremento di popolazione come quella prevista dall’Onu. Pensiamo alle previsioni errate del Club di Roma sulla bomba demografica che avrebbe portato a una insostenibilità della vita sulla Terra per la fine del secolo scorso. La disponibilità di cibo è cresciuta più della popolazione. Bisogna liberarsi da ogni pregiudizio maltusiano. Dall’India all’Asia fino a certi Paesi africani, come il Sud Africa, si avverte la decrescita del tasso di fecondità al progredire dell’istruzione. Ad Adis Abeba abbiamo meno di 2 figli per donna in città e 5 in campagna, come in Veneto negli anni ’20.

Ma ciò non è l’effetto di politiche antinataliste e contraccettive sostenute da alcune agenzie dell’Onu?

Ci sono stati interventi brutali che si sono rivelati controproducenti, ma la crescita dei servizi sanitari in generale ha stabilizzato le nascite facendo diminuire la mortalità infantile. Quello che incide sul tasso di fecondità è l’istruzione e il benessere economico. In Algeria come altri Paesi del Nord Africa si è passati in 20 anni da 5 figli a donna a meno di 2. La Tunisia ha tassi inferiori alla Francia. In Iran la fecondità è più bassa che in Alto Adige. Conta l’aspettativa di benessere per un figlio.

Eppure non sono proprio i poverissimi a muoversi, non è l’istruzione stessa ad essere di stimolo all’emigrazione?

La pressione ci sarà. Molta migrazione resta, tuttavia, interna al continente africano. Sono pochi che rischiano  la vita pur di andar via. Ma è chiaro che c’è bisogno di un flusso controllato anche perché esistono in Europa spazi per trasferimenti legati alle esigenze della produzione, (altrimenti si introducono leggi sul lavoro come quelle adottate in Ungheria per soddisfare le esigenze delle aziende tedesche).

Il futuro dell’Europa sarà comunque meticcio?

Più che di meticciato parlerei di assimilazione progressiva. L’emigrazione è essenzialmente selezione. La gente che emigra ha la propensione al cambiamento. È diversa da quella che non si muove da casa. Alcuni parlano di progressiva occidentalizzazione, piuttosto che di meticciato, ma certo bisogna stare attenti a non creare ghetti o enclave etniche come quelle createsi in Belgio.

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