L’Europa delle piazze

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A Gniezno, al recente convegno sull’Europa dello Spirito, lei ha cominciato il suo discorso dicendo che dovunque vada, trova un gran bisogno d’Europa… Soprattutto fuori dal continente trovo un gran bisogno d’Europa. Trovo che essa è un modello per l’America centrale. Trovo che l’Unione africana sta seguendo gli stessi suoi passi, in un processo di unificazione molto significativo. Ho incontrato recentemente a Roma il presidente del Mozambico, che è anche a capo dell’Unione africana, e abbiamo a lungo parlato di come essa possa guardare all’Unione europea. Soprattutto, si chiede un ruolo attivo dell’Europa nella politica internazionale in favore della pacificazione. Penso al Medio Oriente, penso alle guerre africane, ma penso anche alle crisi latinoamericane. C’è insomma una domanda d’Europa, e c’è una domanda specifica di solidarietà rivolta all’Europa. Penso che oggi sia necessario parlare di Eurafrica, un termine coniato dall’ex-presidente senegalese Senghor, che lo usava già prima della guerra: l’Africa ha bisogno dell’Europa per definirsi e per riappropriarsi del suo futuro. Questo bisogno d’Europa ha come conseguenza che il processo di unificazione europeo deve definirsi anche a partire dai mondi vicini. L’Europa, cioè, non è un continente chiamato all’isolazionismo: essa dirà sé stessa quando si confronterà seriamente ad esempio con il mondo slavo- russo, che è fuori dai suoi confini, con l’Africa, con il mondo islamico e con l’America del nord. Una identità si crea infatti in rapporto ad altre identità. Questo a me sembra un punto decisivo. La storia dell’Europa cosa può offrire agli altri continenti? Unione europea ha voluto dire pace, la fine di più di un secolo di lotta franco-tedesca, pace tra gli europei. Per i nostri giovani, oggi la guerra è impensabile, mentre per i nostri nonni e per i nostri genitori la guerra tra europei era una realtà. Se questa Unione europea ha voluto dire pace, il primo significato dell’Europa nel rapporto con il mondo è un messaggio di pace. Oggi l’Europa deve interpretare una posizione di pacificazione nel mondo, una forte e radicata posizione di pace nei confronti di tutte le situazioni di tensione. Io credo che ci siano tante idee, tanta cultura della vita, tanta fede, tanta speranza da mettere a frutto. La nostra Unione europea non è un matrimonio tra vecchi che vogliono difendere il loro patrimonio, ma un’identità giovane e antica assieme, sulle frontiere del mondo. Cosa manca? Quello che mi sembra faccia difetto – lo dico francamente -, è un pathos, un sentimento europeo condiviso tra europei. Oggi siamo diventati diffidenti verso la politica, spaventati delle grandi idee, dei sogni. In fondo il terrorismo fa sì che ci chiudiamo sempre più in noi stessi. Penso che il compito dei cristiani non sia quello di dire che l’Europa è solo nostra, perché essa è una civiltà di convivenza tra cristiani, ebrei, musulmani e laici. Il compito di noi cristiani è quello di contribuire al pathos, al rinascere di un sentimento europeo antico e giovane. Il prossimo incontro ecumenico di Stoccarda, che come si sa raggrupperà più di 150 movimenti e comunità cristiane d’Europa, pare andare proprio in questa direzione: dare un’anima, uno spirito, un pathos come lei dice, al continente… Considero Stoccarda 2004 proprio questo: molti dei movimenti ecclesiali che hanno deciso di partecipare all’avvenimento del prossimo 8 maggio sono di origine europea, ma hanno una forte diffusione nel mondo e avvertono fortemente la grande importanza dell’unificazione europea. Numerosi movimenti sono paneuropei, e questo va detto, ma anche mondiali. Sta scritto nei loro cromosomi un sentire europeo e un proiettare l’Europa sugli scenari del mondo. Questa riunione di movimenti – che è uno spontaneo coagularsi attorno ad un’iniziativa, accanto ad altre come ad esempio quella promossa a Gniezno, in Polonia – non vuole essere la creazione di un club dei movimenti cattolici ed evangelici, ma vuol essere una convocazione spontanea di popolo, di popolo cristiano attorno all’idea dell’Europa e dell’Europa nel mondo. Questi movimenti cristiani che si riuniscono a Stoccarda a chi si rivolgono?Anche ai politici che devono dare una forma all’Europa? Certo, possono parlare ai politici. Ma l’Europa non è solo quella dei politici. Purtroppo le classi dirigenti europee hanno abbassato complessivamente i toni del dibattito sull’Europa. I movimenti debbono quindi parlare ai politici. Ma anche alla gente di cultura, ai popoli europei. Ritengo che possano parlare alla totalità degli europei, perché già di per sé sono l’espressione di un’Europa che si pensa non solo senza confini, ma dentro una nuova identità. Non basta abolire i confini, come abbiamo fatto con l’euro o con la libera circolazione. Questa potrebbe sembrare una posizione comoda: dobbiamo invece pensarci dentro una nuova identità. E qui viene il grande problema del pensarsi europei . L’ecumenismo sarà di scena a Stoccarda. Dopo secoli di divisione si avverte la necessità, anche per gli avvenimenti che avvengono fuori dai confini dell’Europa, di una vera unità nella diversità. Stoccarda come vi contribuirà? Le divisioni tra cristiani sono nate sostanzialmente su due scenari: il primo, il più antico, è lo scenario della divisione tra oriente e occidente. Vi è poi lo scenario dell’occidente diviso tra cristiani, e penso soprattutto alla vicenda cinquecentesca della Riforma, dopo la quale abbiamo esportato fuori dall’Europa le divisioni createsi tra noi europei. Per questi motivi, è necessario che il prossimo appuntamento di Stoccarda sia ecumenico. Penso che chiese più sorelle renderanno i popoli più fratelli. In questo senso ricordo come il dialogo ecumenico sia una componente fondamentale dell’unità europea. L’atto di Augsburg – la firma della dichiarazione sulla dottrina della giustificazione -, non è un avvenimento senza valore nei confronti dell’unità europea. Credo che il fatto che cattolici, evangelici, anglicani e ortodossi siano a Stoccarda è qualcosa di fondamentale. Quest’Europa non è omologata, ma è il continente delle diversità religiose, etniche e culturali, che possono essere vissute nella pace. Diversità vuol dire pace, non vuol dire guerra o vicendevole scomunica. In questo momento il terrorismo sembra far rinchiudere l’Europa in sé stessa, nei suoi problemi, rendendosi quasi impermeabile all’esterno. Che fare? Credo che le cose stiano proprio così: il terrorismo rischia di trasformare l’Europa in una fortezza. È una reazione naturale, perché ci potremmo sentire assediati, abbiamo negli occhi i terribili attentati di Madrid. Ma io penso anche che l’Europa non sia mai stata, per natura storica e geografica, una fortezza. Non per niente i simboli dell’Europa sono i porti, da Amburgo a Genova. In questo modo l’Europa deve rispondere al terrorismo con il dialogo. Se Bin Laden ha detto, in uno dei suoi messaggi, che al dialogo risponde con la morte, alla morte del terrore noi rispondiamo con il dialogo. Siamo convinti che nel mondo musulmano la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini siano ragionevoli, siano credenti, vogliano un futuro pacifico. Noi abbiamo il compito di sottrarre questo mondo alla logica della violenza e del terrorismo. In questo senso ho un certo timore per il futuro, perché la civiltà europea è rappresentata dalla piazza. Le nostre città sono diverse dalle altre città del mondo: viaggiando dall’Africa del sud a San Salvador, mi rendo conto che in tanti paesi i quartieri si chiudono come fortezze, la gente vive in circuiti chiusi, la vita diventa insicura, la criminalità e la violenza si diffondono… Credo che dobbiamo difendere la nostra civiltà della piazza, dove la gente diversa s’incontra, si fiancheggia senza paura. Questo è un arduo compito, che richiede grande intelligenza da parte dei governanti europei. Ma anche un pathos condiviso e il senso della nostra civiltà. Perché in Germania? Germania vuol dire tante cose: oltre ad essere il più grande paese europeo, è il luogo della grande divisione cinquecentesca della Riforma, che ha mostrato non solo la fede ma anche il mondo in maniera diversa. Quindi ritornare in Germania ha un suo significato profondo. E siccome l’idea di Stoccarda 2004 è nata proprio dal dialogo tra movimenti cattolici ed evangelici, la Germania è apparsa un luogo d’incontro propizio. La Germania, inoltre, per gli europei ha rappresentato nel Novecento un’ossessione, perché sembrava volesse imporre un nuovo ordine europeo fondato sulla sua supremazia. Oggi la Germania rappresenta invece uno degli attori principali di un nuovo ordine europeo di fraternità, in cui anche i paesi diversia livello economico, politico e demografico sono considerati uguali.

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